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Fanno pagare molto con l’implicita promessa di offrire rendimenti più elevati oppure più stabili nel tempo. E’ questa la giustificazione addotta dalle maggiori case di asset management, le “fabbriche” di fondi di investimento, per spiegare la complessa, e quasi sempre onerosa, struttura di costi e commissioni praticate al cliente. Ma la crisi dei rendimenti (che colpisce soprattutto i fondi italiani) e la disponibilità di alternative più economiche, spesso anche più efficienti sotto il profilo del rapporto tra rischio e rendimento, gli ETF, sono elementi che mettono in crisi questo assunto. Ecco perché si rafforza la tendenza che spinge le “fabbriche” verso l’abbassamento delle commissioni sui fondi e i sottoscrittori verso scelte sempre più consapevoli.
OF fa il punto sulla complessa e controversa questione del costo dei fondi per l’investitore finale e sull’incidenza degli oneri di gestione sulla performance. E mette in luce come, soprattutto in Gran Bretagna, il tema dei costi di gestione, insieme alla storia del fondo, all’esperienza del gestore e alla credibilità del marchio del “produttore” stia diventando un elemento discriminante nella scelta dei singoli prodotti.
Indubbiamente sono cari. Perché un valore medio di costo dell’1,28% (dati 2010) per l’insieme dei fondi venduti ai risparmiatori italiani può sembrare poco ma non lo è affatto. La media, infatti, è un po’ quella di Trilussa. Se io mangio due polli e tu nessuno, mediamente mangiamo un pollo a testa. E lo stesso vale per le commissioni dei fondi. Alcune categorie sono decisamente costose perché, si dice, forniscono un servizio di qualità elevata e possono generare rendimenti altrettanto alti. I fondi azionari, per esempio, secondo elaborazioni del Sole 24 Ore, sono costati mediamente il 2,35% nel 2010. I bilanciati l’1,91%, gli obbligazionari l’1,08% e infine i fondi di liquidità lo 0,65%.
Ognuno di questi dati medi, se confrontato con le performance della propria categoria di riferimento risulta decisamente oneroso. E non consola il fatto che questi valori siano “all inclusive” e rappresentino l’incidenza complessiva media di tutti i costi di sottoscrizione, gestione, informative e autorizzazioni varie, il TER insomma. Perché solo il Total expense ratio (TER, appunto) è l’indicatore sintetico di costo cui ogni investitore deve guardare per avere un’idea reale dei costi che sta sostenendo.
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