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SOMMARIO

OF fa il punto sulla complessa e controversa questione del costo dei fondi per l’investitore finale e sull’incidenza degli oneri di gestione sulla performance. Il caso più estremo si osserva con i fondi di liquidità. Dove il TER (il Total expense ratio) medio di categoria, pari allo 0,65%, si mangia almeno la metà della risicatissima performance. Ma se i fondi piangono, nemmeno gli ETF ridono. Perché il tanto strombazzato TER medio dello 0,45% rappresenta soltanto una parte delle voci di costo

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Fanno pagare molto con l’implicita promessa di offrire rendimenti più elevati oppure più stabili nel tempo. E’ questa la giustificazione addotta dalle maggiori case di asset management, le “fabbriche” di fondi di investimento, per spiegare la complessa, e quasi sempre onerosa, struttura di costi e commissioni praticate al cliente. Ma la crisi dei rendimenti (che colpisce soprattutto i fondi italiani) e la disponibilità di alternative più economiche, spesso anche più efficienti sotto il profilo del rapporto tra rischio e rendimento, gli ETF, sono elementi che mettono in crisi questo assunto. Ecco perché si rafforza la tendenza che spinge le “fabbriche” verso l’abbassamento delle commissioni sui fondi e i sottoscrittori verso scelte sempre più consapevoli.

OF fa il punto sulla complessa e controversa questione del costo dei fondi per l’investitore finale e sull’incidenza degli oneri di gestione sulla performance. E mette in luce come, soprattutto in Gran Bretagna, il tema dei costi di gestione, insieme alla storia del fondo, all’esperienza del gestore e alla credibilità del marchio del “produttore” stia diventando un elemento discriminante nella scelta dei singoli prodotti.

Indubbiamente sono cari. Perché un valore medio di costo dell’1,28% (dati 2010) per l’insieme dei fondi venduti ai risparmiatori italiani può sembrare poco ma non lo è affatto. La media, infatti, è un po’ quella di Trilussa. Se io mangio due polli e tu nessuno, mediamente mangiamo un pollo a testa. E lo stesso vale per le commissioni dei fondi. Alcune categorie sono decisamente costose perché, si dice, forniscono un servizio di qualità elevata e possono generare rendimenti altrettanto alti. I fondi azionari, per esempio, secondo elaborazioni del Sole 24 Ore, sono costati mediamente il 2,35% nel 2010. I bilanciati l’1,91%, gli obbligazionari l’1,08% e infine i fondi di liquidità lo 0,65%.
Ognuno di questi dati medi, se confrontato con le performance della propria categoria di riferimento risulta decisamente oneroso. E non consola il fatto che questi valori siano “all inclusive” e rappresentino l’incidenza complessiva media di tutti i costi di sottoscrizione, gestione, informative e autorizzazioni varie, il TER insomma. Perché solo il Total expense ratio (TER, appunto) è l’indicatore sintetico di costo cui ogni investitore deve guardare per avere un’idea reale dei costi che sta sostenendo. ---- Prendiamo i fondi azionari. Il 2,35% di costo medio (TER) rappresenta un quarto del rendimento di un anno buono sui mercati azionari. Se si considera che (lo dicono i testi di finanza più accreditati) l’investimento azionario offre fra i 5 e i 6 punti percentuali di rendimento al di sopra delle attività a rischio zero (ad esempio i Bot a un anno) è facile capire che un guadagno medio dell’8-10% rappresenta davvero il massimo che l’investitore può attendersi dal proprio portafoglio azionario. E la storia recente ci ha insegnato che ci possono essere periodi lunghissimi di vacche magre. Ad esempio quello che stiamo ancora vivendo, con i valori dei principali listini fermi oggi sull’identico livello che avevano nel biennio 1997-1998.

Ma se non si può certo imputare al sistema dei fondi la dinamica negativa di lungo periodo dei mercati azionari (perlomeno dei mercati più avanzati), è altrettanto vero che i costi debbono essere commisurati al servizio offerto.
E non sempre una commissione di gestione o un TER elevato sono di per sé garanzia di alto rendimento. Tanto per fare qualche esempio, la media del TER dei fondi specializzati sui paesi emergenti è del 2,61%. Il fondo Sella Gestnord Azioni Paesi emergenti, uno dei meno cari con un Ter 2010 dell’1,97% ha registrato lo scorso anno una performance del 19,4%. Il fondo TR Pepite Bric, un Ter 2009 del 4,21% ha messo a segno lo scorso anno un risultato del 12,5%.
Tra gli azionari di area euro il fondo Banco Posta Azioni Euro, un TER dell’1,63% ha reso nel 2010 il 4%. Il fondo 8°+ Eiger, un TER del 3,12%, ha registrato invece una performance appena superiore, vale a dire il 4,5%. E gli esempi di questo tipo potrebbero continuare per ogni categoria di fondi azionari e obbligazionari.
Il caso più estremo di eccesso di costi rispetto ai risultati si osserva con i fondi di liquidità. Dove il TER medio di categoria, pari allo 0,65%, si mangia almeno la metà della risicatissima performance che si può ottenere oggi a causa del livello minimo (nonostante il recento aumento) dei tassi di interesse sull’euro.

Se i fondi piangono, gli ETF non ridono. E non bisogna prestare acriticamente orecchio alle tante voci interessate che, in questo momento più che mai, inneggiano alla convenienza degli Exchange traded funds (ETF, appunto) la cui missione consiste nel replicare in modo passivo l’andamento dei principali indici nazionali e settoriali di pressoché tutti i mercati del mondo. Perché il tanto strombazzato TER medio dello 0,45% (ancora una volta una media alla Trilussa, visto il TER medio degli ETF specializzati sulle materie prime o su alcuni paesi emergenti supera l’1%) rappresenta soltanto una parte delle voci di costo sostenute dal risparmiatore. ---- Gli ETF, presentano infatti una specie di costo implicito determinato dallo spread (differenziale) tra il prezzo denaro (acquisto) e la lettera (vendita) che colpisce il sottoscrittore al momento della vendita del prodotto e che incide tanto più quanto più breve è stata la durata dell’investimento. Lo spread fra il prezzo denaro e il prezzo lettera di un ETF è di circa lo 0,4% ma nel caso degli strumenti meno liquidi può raggiungere o superare l’1%. Valori che, sommati al TER medio del prodotto porta il costo complessivo di un ETF verso la soglia dell’1%, nei casi migliori.

Queste considerazioni non devono indurre a uno scetticismo generalizzato, né tantomeno a una condanna “in blocco” dei prodotti del risparmio gestito. Ma vogliono essere di stimolo a dare un’occhiata alla voce dei costi, che tante volte viene rubricata dai promotori o dai funzionari allo sportello bancario tra le “varie ed eventuali” e spesso minimizzata. Mentre, come abbiamo visto, incide, e molto, sul rendimento finale. Tanto più che, come abbiamo visto negli esempi, non è sempre vero che a un prodotto più caro corrisponde anche un miglior livello di qualità/rendimento.

Un’ultima annotazione riguarda l’esperienza britannica, che potrebbe presto fare scuola anche in altri paesi, tra cui l’Italia. Alcuni fondi “base” vengono venduti da qualche tempo a costi molto bassi e con obiettivi di rendimento superiori al benchmark (indice) di riferimento ma non particolarmente aggressivi. Il fondo UK Active Index Plus, un azionario specializzato sulla piazza londinese e lanciato dalla casa di investimento globale JPMorgan AM, ha un TER dello 0,4%, in pratica il costo di un ETF. A questa spesa viene aggiunta una commissione di performance del 10% applicata unicamente sulla quota dell’extrarendimento eventualmente raggiunto rispetto all’obiettivo prefissato. Ecco un tipo di commissione che tutti sono ben contenti di pagare.

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