SOMMARIO
Per ottenere qualche punticino di rendimento, per gestire la liquidità, per reagire positivamente alla crisi, occorre prevedere come cambierà il costo della vita e muoversi di conseguenza. Salirà? Ma di quanto? Of Osservatorio finanziario è andato a spulciare tra i report dei maggiori pensatoi al mondo. La parola è ai guru. Ma non è così semplice, come poteva sembrare. Ecco perché. E quali incognite possono trasformare ogni scenario. In ogni caso la media per i prossimi quattro anni è …
Risparmi, l’incognita inflazione e i sapientoni della Terra
Il clamoroso risultato della vendita dei Btp Italia, una brillante operazione di marketing finanziario-politico, ha segnato il percorso: per ottenere qualche punticino di rendimento, per gestire la liquidità, per reagire positivamente alla crisi, occorre guardare all’inflazione e muoversi di conseguenza.
La festosa accoglienza del Btp Italia, i cui risultati sono legati appunto all’aumento del costo della vita, sono stati in parte dovuti a una massiccia campagna di informazione che sembrava suonare una sola campana: ‘l’inflazione cresce e crescerà’. Ma è così? Non tutti ne sono così convinti. E poi: di quanto crescerà? Non è una domanda da poco, per chi pensa a una qualche operazione sul mercato. E per chi ha acquistato il Btp Italia. Che, più o meno funziona così (in realtà la scheda di approfondimento del Ministero del Tesoro non è chiarissima, e qualche dubbio ancora oggi permane).
Il rendimento reale del titolo, che scade fra quattro anni, nel 2016, è fissato oggi al 2,45% a cui bisogna poi aggiungere l’inflazione italiana, e c’è il premio fedeltà per chi tiene il titolo fino alla scadenza, pari al 0,1% lordo l’anno (0,4% sui quattro anni). Gli interessi vengono comunque riconosciuti semestralmente con pagamento di apposita cedola. Attenzione: il rendimento è al lordo del 12,5% di tasse e che i Btp fanno comunque cumulo sui depositi e sono quindi tassati con un ulteriore 0,1% nel 2012 e uno 0,15% nel 2013. Inoltre, sul Btp Italia si pagano le commissioni di negoziazione, minimo lo 0,18% con le banche online.
Il Btp è, quindi, vincente se si ritiene che ci sarà nei prossimi 4 anni un’inflazione media superiore all’1,5%. In particolare, immaginando una parte fissa di remunerazione del 2%, il rendimento del BTP Italia varia dal 2,56% in caso di inflazione allo 0,5% annuo fino ad arrivare al 5,96% nel caso di un inflazione del 3,5% annuo.
Se si ipotizza per i prossimi quattro anni un tasso di inflazione medio intorno al 2%, il titolo invece garantisce un rendimento del 4,45%. Se si alza ancora l’asticella dell’inflazione, ad esempio al 2,3%, il rendimento annuale si eleva al 4,75%. Questo, senza considerare il calcolo finanziario degli interessi anticipati e, per chi tiene il titolo fino alla scadenza, il premio fedeltà.
È chiaro che non è così semplice valutare se il Btp Italia è conveniente anche rispetto ai conti deposito. In realtà, in genere il rendimento offerto sui conti deposito è superiore al 4% (dipende naturalmente dai diversi prodotti offerti dalle banche). Però c’è da calcolare il diverso regime fiscale: sui conti deposito la tassa è al 20%, sui titoli di stato e quindi sui Btp è al 12,5%. Da questo 2012, sui conti deposito bisogna prevedere anche il bollo pari allo 0,1%, come previsto dal decreto fiscale (anche se spesso questo balzello se lo dovrebbero accollare le banche, leggi qua). Bisogna considerare però che la rivalutazione dei conti deposito è certa, mentre il calcolo sul Btp Italia dipende fortemente dalla variabile inflazione.
Per capire cosa in realtà succederà, e avere qualche idea più meditata sulle proprie scelte di mercato, Of Osservatorio finanziario è andato a spulciare tra i report dei maggiori pensatoi al mondo. La parola è ai guru.
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Inflazione in sintesi
In sintesi, gli osservatori sono concordi nel dire che nell’Eurozona l’inflazione dovrebbe mantenersi stabile sul 2% e quindi salire verso questa quota laddove è più bassa, come in Italia e scendere, al contrario, dove è più elevata, come in Germania. Questo indice del 2% è un po’ la linea Maginot dell’inflazione in Europa, tanto che sul sito della Banca Centrale Europea si spiega la sua importanza anche ai bambini, con cartone animato su CD-ROM da portare a scuola completo di istruzioni per gli insegnanti.
La nuova Bibbia dell’inflazione europea indica un cammino: il suo livello deve rimanere stabile anche se i tassi rimangono bassi (la Bce continua a mantenere il suo a quota 1% e già molti osservatori pronosticano un taglio di un quarto di punto nei prossimi mesi). Anche perché aumentare i tassi per aumentare l’inflazione porterebbe certamente ad acuire la crisi. Con tassi bassi e inflazione contenuta, pensano i guru dell’economia, si riesce a contenere il debito e a ritagliare più tempo per organizzare quelle “riforme strutturali” che dovrebbero permettere all’Europa di risollevarsi e di far fronte alla concorrenza asiatica e statunitense.
Quindi nei prossimi 4 anni, l’inflazione nell’Eurozona dovrebbe scendere, perché a fine 2011 si era elevata a quota 2,6% quindi sopra il target del 2%, attestandosi a fine di quest’anno a un più modesto 2,2%. Ma in Italia, l’inflazione, al contrario, dovrebbe salire, anche se non di tantissimo. Dopo però una sua brusca discesa dal surriscaldamento di fine 2011, quando si era stabilizzata a quota 2,8%. Gli osservatori, infatti, pensano che a causa della forte crisi, delle manovre penalizzanti sulla casa (ricordiamo che l’80% delle famiglie italiane è proprietario di almeno un appartamento) e sul welfare, gli Italiani spenderanno di meno e quindi l’inflazione nel 2012 dovrebbe scendere a solo uno scarso 0,8%. Il Governo Italiano ha poi promesso un rilancio del Paese sostenuto anche dalle Banche che hanno ricevuto in abbondanza denaro dalla Bce.
Quindi l’inflazione dovrebbe risalire da 0,8%, nel 2012 a quota 1,5%, nel 2013, 1,7%, nel 2014, 1,9%, nel 2015 e finalmente l’agognato 2%, nel 2016. La media sui 4 anni dovrebbe quindi essere, secondo l’ipotesi più favorevole a chi spera in una risalita del costo della vita, del 2%. Il problema è che, al contrario, almeno secondo l'ISTAT, l'inflazione in Italia continua a lievitare tanto che a marzo 2012 si è attestata al 3,3%, (vedi la tabella di rivaluta), ben sopra il target del 2%.
Ovviamente, tutto dovrebbe andare come nei compitini degli studiosi. Ma si è visto che non è proprio così. In realtà è da almeno un anno che si attende (auspica) una ripresa dell’inflazione in Italia. Inutilmente. Il Governo italiano potrebbe cercare di forzare la mano, aumentando l’Iva. Ma i risultati di questa manovra, su un paziente già provato, come l’economia italiana, non sono facilmente prevedibili. Anche perché ci sono numerose incognite internazionali, prima fra tutte, come si leggerà nei pronostici di Schroders, quelle legate al petrolio e quindi alla possibile guerra tra Israele e Iran. Guerra che potrebbe far schizzare l’inflazione oltre la soglia del 4% (come in UK). E poi ci sono le elezioni in Germania e in Francia e poi anche quelle in Italia. In altre parole, tutto potrebbe andare meglio o peggio a secondo di come cambia il vento, soprattutto quello politico. Oggi sembra che, purtroppo o finalmente, le leve del futuro siano tornate in mano alla politica, dopo anni di potere indiscusso della finanza e delle banche.
Vediamo, quindi in dettaglio, cosa dicono alcune tra le più importanti istituzioni internazionali sul tema dell’inflazione, della ripresa e dell’andamento dei principali indicatori economici. La lettura è irta di cifre (e di qualche contraddizioni). Ma almeno serve a capire che niente è scontato, e non sempre le campane dell’informazione suonano i rintocchi giusti.
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Ocse
L’inflazione annua dei paesi Ocse è rimasta stabile al 2,8% a febbraio 2012. Lo rende noto l’organizzazione internazionale precisando che in Italia, invece, i prezzi al consumo sono saliti al 3,3% dal 3,2% di gennaio. A fronte della stabilità del livello del carovita i prezzi di energia e alimentari nei paesi Ocse hanno avuto andamenti divergenti: cresciuti al 7,9% (dal 7,4% di gennaio) i primi, in contrazione dal 4,3% al 3,9% i secondi.
Tra i vari paesi membri il tasso di inflazione ha continuato a scendere a febbraio nel Regno Unito (al 3,4% dal 3,6% di gennaio) ed è rimasto stabile in Francia (al 2,3%) e Stati Uniti (2,9%). Il carovita è invece aumentato in Canada (dal 2,5% al 2,6%), Italia (al 3,3% dal 3,2%), Germania (dal 2,1% al 2,3%) e Giappone (dallo 0,1% allo 0,3%).
L’inflazione dell’area Euro è rimasta invariata al 2,7%. In tutti gli altri paesi, eccetto l’India, l’inflazione è calata, con il maggior rallentamento registrato in Cina dove si è passati da un carovita al 4,5% di gennaio ad un 3,2% in febbraio, il tasso più basso dal giugno 2010. Una consistente frenata è stata rilevata anche nella Federazione Russa e (al 3,7% dal 4,2%) e in Brasile (dal 6,2% al 5,8%). A livello mensile, i prezzi al consumo nell’area Ocse sono saliti dello 0,4% a febbraio: dello 0,7% in Germania, dello 0,6% nel Regno Unito, dello 0,4% in Italia, Francia, Usa e Canada e dello 0,2% in Giappone.
Banca d’Italia
L’Italia registra un Pil inferiore alle attese nel 2012 e di molto sotto le stime. Il Prodotto interno lordo italiano, infatti, è a quota 1,3% mentre quello francese è all’1,6% e il tedesco al 3,5%. Per questo, si prospetta un periodo con inflazione inferiore alle attese e comunque entro il target del 2%.
Un report della Banca d’Italia del marzo 2012, pubblicato il 10 aprile, in collaborazione con IlSole24Ore, che indaga sulle “aspettative di inflazione e crescita”, spiega che le attese delle imprese sull’inflazione sono state riviste al ribasso a causa di un crollo dei prezzi al consumo che sono passati dal 3,5% di fine 2011 e dal 3,6% di gennaio 2012 al 3% di marzo 2012. L’inflazione al consumo, quindi, dovrebbe scendere nei prossimi 12 mesi verso quota 3%.
D’altra parte le famiglie italiane risparmiano molto meno e hanno contratto le spese anche perché il welfare dello Stato si sta trasferendo al network delle famiglie: nonni e zii aiutano le giovani coppie in seria difficoltà per perdita o mancanza di lavoro e di abitazione.
Un’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie evidenzia che nel 2010 c’è stato un aumento del 22% della quota di famiglie che hanno reddito insufficiente a coprire i consumi. Da qui la stima di un livello d’inflazione basso.
Di positivo c’è che gli Italiani sono molto meno indebitati rispetto agli altri popoli europei, solo il 22% del Pil è, ad esempio, investito in mutui casa, con un +7% rispetto al lontano 1997, mentre la percentuale europea è del 50%.
Nel Bollettino Banca d’Italia di marzo 2012, si evidenzia un tasso d’inflazione dell’area Euro intorno al 2,7% analogo a quello degli USA, ma al di sotto quello del Regno Unito che è al 4,2%. Solo il Giappone è ancora in zona recessiva con una inflazione di pochissimo superiore allo zero, dopo anni sotto lo zero.
Il Bollettino segnala, inoltre, che “i corsi petroliferi sono aumentati nettamente a gennaio e febbraio di quest’anno invertendo l’andamento discende tende osservata per tutta la seconda metà dell’anno scorso”. Il greggio a marzo era quotato 122,7 dollari per barile, con un +32% rispetto allo stesso periodo 2011 e un +14% rispetto ai primi del 2012.
Gli operatori attendono un calo del prezzo del greggio entro il 2013 a quota 111 dollari pb.
Per quanto riguarda l’inflazione, quindi, Banca d’Italia evidenzia un livello tra il 2,2 e il 2,4% a fine marzo 2012. Le prospettive sono che l’inflazione si mantenga al di sopra del 2% soprattutto a causa dei rincari dei beni energetici nonché all’aumento delle imposte indirette, ma entro i prossimi 12 mesi dovrebbe riportarsi al di sotto del 2%.Le proiezioni macroeconomiche per l’area euro, si legge nel Bollettino marzo 2012, formulate dagli esperti della Bce, la Banca centrale europea, prevedono che l’inflazione tendenziale misurata sullo IAPC (indice armonizzato prezzi al consumo) si collochi tra il 2,1 e il 2,7% nel 2012 e tra lo 0,9 e il 2,3% nel 2013.
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Banca Centrale Europea
La crescita economica nell'eurozona è soggetta a rischi al ribasso prevalenti, collegati alla crisi del debito e al prezzo delle commodity. Ad affermarlo è stato il presidente, Mario Draghi, dopo che la Bce ha mantenuto invariati all'1% i tassi. Quanto all'inflazione europea, attestatasi a marzo al 2,6%, secondo le stime preliminari di Eurostat resterà sopra il 2% nel 2012, ma calerà all'inizio del 2013.
"A medio termine gli sviluppi saranno in linea con la stabilità dei prezzi", ha commentato Draghi. Sulla base di questa previsione il passo dell'espansione monetaria resta "sotto controllo". Sulle turbolenze di mercato che a tratti hanno portato alle stelle lo spread dei titoli di Stato di alcuni Paesi rispetto alla Germania "il progresso dallo scorso novembre è stato straordinario", ha detto il presidente della Bce, ricordando però che il lavoro in Europa non è finito.
L'Eurotower è quindi tornato a spronare i Paesi dell'area euro a procedere a riforme sul mercato del lavoro. In particolare, i Paesi che hanno perso competitività dovranno assicurare sufficienti correzioni dei salari e rafforzamenti della produttività. Il numero uno della Bce ha inoltre affermato come sia "prematuro" pensare a un'exit strategy dalle misure straordinarie con le quali il sistema bancario è stato inondato di liquidità tra dicembre e febbraio (Ltro).
"Dobbiamo valutare l'impatto delle due Ltro sul sistema finanziario". In generale il finanziamento delle banche è migliorato, a detta di Draghi, secondo cui c'è stata una stabilizzazione delle condizioni del mercato finanziario. "Se alle banche servono capitali li trovino ora", ha poi dichiarato, sottolineando che comunque non c'è il rischio che le banche dell'area euro diventino "assuefatte" ai rifinanziamenti agevolati.
In merito al fiscal compact, gli irlandesi approveranno il trattato fiscale nel prossimo referendum, convocato per il 31 maggio, ha assicurato Draghi, sottolineando come gli irlandesi abbiano sperimentato un duro consolidamento fiscale e meritino di essere lodati per i loro sforzi.
Sul problema della disoccupazione giovanile, Draghi ha rilevato che è particolarmente alta in quei Paesi dove c'è un mercato del lavoro "duale", ovvero dove una parte dei lavoratori ha tutte le protezioni e l'altra, principalmente i giovani, viene assunta con contratti a breve termine e senza protezione.
Per questa ragione servono riforme che "distribuiscano la flessibilità". Un mercato del lavoro di questa natura ha fatto sì che con l'arrivo della crisi i primi a perdere il lavoro siano stati i giovani, perché meno tutelati. "I Paesi di questo genere devono varare riforme che non solo liberino energie ma distribuiscano in modo più equo la flessibilità, ora concentrata tutta sulla parte giovane della popolazione", ha concluso Draghi.
Ci sono segnali di stabilizzazione dopo l’erogazione di 489 miliardi di euro alle banche e il presidente della Bce Mario Draghi ha voluto rassicurare anche sull’inflazione, che dovrebbe scendere in tutta la zona Euro. Certamente stanno scendendo i tassi. La Bce indica una crescita tra il meno 0,5% e il più 0,3% quest’anno e tra lo zero tondo e il più 2,2% nel 2013 con un livello d’inflazione medio in tutta l’area Euro attorno al target del 2%.
Eppure, sempre la Banca Centrale Europea indica che quest’anno potrebbe già registrarsi un leggero aumento dell’inflazione con una forbice tra il + 2,1 e il + 2,7%, mentre nel 2013 la salita dovrebbe essere tra il +0,9 e il 2,3%. Questo surriscaldamento dell’inflazione dipende dal prezzo del petrolio e in generale dell’energia e sull’annuncio di incrementi nella tassazioni indirette in tutta l’area Euro (in Italia, si annuncia già un aumento dell’Iva dal 21 al 23%) per sostenere il Pil in calo a causa della recessione.
La tabella sulle previsioni dal 2012 al 2016, calcolate anno per anno in base ai cambiamenti dell’indice di armonizzazione dei prezzi al consumo pubblicati da Eurostat, indica una media dell’1,9% quest’anno, che scende all’1,7% nel 2013, rimanendo stabile a questo livello fino al 2016, quando dovrebbe risalire al 2%, che è l’indice target per l’inflazione ottimale.
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Bank of England
La situazione economica in UK non è rosea, di conseguenza l’inflazione è scesa nei primi tre mesi del 2012 e le previsioni indicano un ulteriore calo. I consumi sono al minimo, a causa, soprattutto, di una ristrettezza del credito e dell’aumento della tassazione. In ogni caso, il livello d’inflazione è superiore al target del 2%, pur essendo sceso dal 5,2% di fine 2011 a un più modesto 4,2%.
La Banca d’Inghilterra, dopo avere indicato un possibile trend discesista, sia in UK che in area Euro, accenna alla possibilità che, al contrario, l’inflazione potrebbe salire, ma solo se si verificano alcune condizioni, prima fra tutte il surriscaldamento del prezzo del petrolio.
La Banca d’Inghilterra, ricordiamo, ha mantenuto un tasso d’interesse di riferimento fermo allo 0,5% e prevede che anche la Bce, data la situazione di stagnazione e recessione dell’area Euro, dovrebbe scendere di almeno un quarto di punto dall’attuale 1% allo 0,75%.
In una chart, che tenta una previsione sul valore dell’inflazione da qui al 2015, gli analisti della Bank of England forniscono una ampia area di variazione da un minimo attorno allo zero a un massimo del 4,2% (valore attuale), con una maggiore possibilità tra il 2 e il 3%.
Bank of Israel e Bank Leumi
Perché dare uno sguardo anche alla Banca d’Israele? Prima di tutto perché gli Israeliani stanno investendo in Europa (non a caso a Pasqua il presidente del consiglio Mario Monti si è recato in visita a Gerusalemme), in secondo luogo perché molto dipende dalla politica di questa nazione, che sta minacciando guerra all’Iran con la conseguenza di un blocco dell’export di petrolio e un rincaro del prezzo del greggio, che impatterebbe in modo immediato sull’inflazione.
Anche in Israele il tasso di riferimento è stato tagliato, a febbraio, di 25 punti base scendendo al 2,5%. L’inflazione sta scendendo e il target è intorno al 2,3%. Il livello d’inflazione segue il calo dei tassi e oggi è intorno al 2%.
In Europa gli economisti della Banca d’Israele prevedono che ci sia un ritorno alla “confidenza” nel campo degli investimenti, che faccia uscire dal settore no-risk per settori più rischiosi e quindi più performanti quali le telecomunicazioni, le materie prime e in generale il settore industriale.
Non risale al contrario la voglia di spendere delle famiglie, i consumi rimangono bassi. Il livello di inflazione, quindi, potrebbe scendere anche se di poco, perché rimarrebbe elevato il rischio di tassazioni indirette.
A questo proposito Eyal Kaufman, a capo del dipartimento di ricerche di mercato della israeliana Bank Leumi, disegna tre possibili scenari futuri. Primo scenario: la Grecia e probabilmente anche i Portogallo lasciano l’area Euro e tornano alla loro valuta. Questo scenario avrebbe come feedback negativo la corsa alle banche per ritirare i risparmi anche in altri paesi come l’Italia e la Spagna con un conseguente deprezzamento dell’Euro e un ulteriore credit crunch. La Francia sarebbe in pessime acque perché una quota consistente del suo Pil pari al 27% è investita in Bond greci, italiani e spagnoli. Secondo scenario: si crea un blocco forte con una stabilità anche fiscale tra Germania, Francia e Italia. Questa troika però perderebbe in competitività mentre l’Euro potrebbe deprezzarsi e l’inflazione risalire oltre il target del 2%. Terzo scenario: lo status quo. Tutto rimane com’è adesso e l’area Euro con i suoi 25 stati riesce a bilanciare i debiti con il Fondo salva stati. Questa situazione per realizzarsi, però, ha bisogno di riforme strutturali e quindi di governi forti e autorevoli, che si devono autofinanziare. Per farlo devono anche offrire rendimenti adeguati. Da qui la necessità di un’inflazione più elevata.
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PricewaterhouseCoopers (PwC)
L’inflazione in area Euro dovrebbe scendere da qui al 2016. La Chart dell’Economic Forecast, indica un livello nell’Eurozona del 2,6% a dicembre 2011, mentre nel 2012 dovrebbe scendere al 2,2%, non lontano quindi dal target del 2%. Anno dopo anno, l’inflazione scenderà all’1,9% (2013 e 2014), all’1,6% (2015) per poi crollare all’1,4% nel 2016. Il livello medio sul quinquennio 2012-2016 è quindi del 2,1%. Se però si analizzano i livelli nei diversi Paesi dell’area Euro oltre alla Svizzera, si nota che questo trend ribassista non vale per l’Italia, che registra una discesa forte dell’inflazione tra dicembre 2011 (2,8%) e le previsioni 2012 (0,8%), per poi iniziare la salita pur modesta: 1,5% nel 2013, 1,7% nel 2014, 1,9% nel 2015 e 2% nel 2016 con una media nel periodo esattamente ontarget del 2%. Nel 2012, solo la Svizzera registra un tasso d’inflazione più basso del nostro, a quota 0,1%. L’inflazione scende in tutti i paesi della zona Euro, ad eccezione di Italia, Danimarca, Irlanda e Norvegia.
TradingEconomics
La banca dati economici di 232 paesi nel mondo, segnala in Italia un tasso d’inflazione molto basso (era allo 0,76% nel 2009 e oggi è sostanzialmente sotto l’1%) e prevede che entro il 2016 l’inflazione crescerà attestandosi intorno al target del 2%. Questo valore si registrerà però soltanto a partire dal 2015. La chart storica è impressionante, perché segnala un crollo dell’inflazione nel nostro Paese dal lontano 1981 quando era a oltre il 20% a oggi a quota prossima allo zero. La cosiddetta “consumer confidence”, un indice che misura la propensione dei consumatori a spendere e che quindi promuove un aumento dell’inflazione, è in salita da uno scarso 97,5% a febbraio di quest’anno a un 100,1% a marzo. Anche qui la chart storica mostra un crollo di questo indice, che registrava, nel 2002,un picco prossimo al 130%.
Schroders
La società internazionale di asset management prevede che l’inflazione in area Euro scenderà dall’attuale 2,7% del 2011 all’1,6% nel 2012 e allo 0,8% nel 2013. Questo calo è dovuto, purtroppo, a una crescita bloccata che scende a sua volta dall’1,5% del 2011 a meno 1,8% del 2012, allo 0,7% del 2013. I dati, aggiornati a febbraio 2012, danno indici diversi per Germania, Francia, Spagna e Italia.
Il nostro Paese vede un livello di inflazione del 2,9% nel 2011, crollato al 2% nel 2012 e allo 0,5% nel 2013. L’inflazione scenderà anche in Germania dall’attuale 1,7% all’1,1% nel 2013, in Francia dall’attuale 1,7% all’1% e in Spagna dall’attuale 1,5% a un modesto 0,8%. Il livello d’inflazione più basso è quindi quello italiano, motivato da una diminuzione vistosa del prodotto interno lordo (Pil) che scenderà quest’anno a meno 2,9% e dello 0,9% nel 2013.
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Morgan Stanley
Anche il secondo trimestre 2012 vedrà una crescita lenta in Europa: gli economisti della famosa banca d’affari statunitense prevedono che una ripresa si potrà vedere solo entro i prossimi due anni a partire quindi dal 2014. In questo periodo quindi anche l’inflazione sarà molto bassa, a causa di consumi in calo soprattutto a causa di una ristrettezza nel credito e soprattutto per un aumento delle tasse sulla casa.
Al Global Economic Forum di Davos nel gennaio scorso, un economista della Morgan Stanley ha sottolineato che tutto dipende dal supporto politico dei paesi dell’area Euro che dovranno prendere decisioni difficili e coraggiose. In particolare, a fronte di una crescita del Pil del 3,7% quest’anno (risalito marginalmente dalla precedente previsione del 3,5% del novembre scorso) e del 4% (dal 3,9%) nel 2013, si prevede che l’inflazione rimanga sostanzialmente stabile. Anche se permangono forti rischi di un surriscaldamento dovuto principalmente all’aumento del prezzo del greggio e dell’energia. In Europa, inoltre, permangono forti rischi di fallimento della politica: qualora i Governi europei dovessero fallire nell’applicare regole comuni nel fisco, nel lavoro e più in generale nel riformare il welfare, potrebbe registrarsi il maggiore rischio per l’inflazione, anche se il maggiore rischio in termini immediati è rappresentato dal prezzo del greggio.
L’orso si risveglierà qualora nel 2012-13 si dovessero verificare queste situazioni: 1) un aumento del prezzo al barile pari a 150 dollari americani nella metà del 2012; 2) un dimezzamento della crescita commerciale mondiale; 3) un significativo surriscaldamento dello spread sui bond europei in caso non si riesca ad arginare il debito in alcune nazioni come l’Italia e la Spagna.
Se si verificassero anche uno solo di questi tre scenari, la crescita mondiale crollerebbe del 3% da qui al 2013 non lontano dall’indice previsto per una recessione globale (2,5%).
Si noti, aggiunge l’economista, che potrebbe anche accadere un caso super-orso ovvero se si verificassero queste situazioni: 1) un blocco totale del sistema fiscale statunitense con un massivo calo dei consumi; 2) l’uscita della Grecia dall’area Euro.
Il problema petrolio
Come si accennava in precedenza, e come segnalano tutti gli interlocutori, il problema inflazione è legato a filo doppio con quello del prezzo del petrolio. L’Europa, in particolare, potrebbe incorrere in seri rischi in caso di un attacco di Israele contro l’Iran, per mettere a freno il Governo di Mahmud Ahmadinejad e tutelarsi da un possibile attacco nucleare. Ecco cosa scrivono gli economisti di Schroders ipotizzando due scenari, uno positivo e l’altro destramente negativo. Nel primo caso, si prevede un rinascimento degli Stati uniti d’America, con un sensibile aumento dell’occupazione. In questo caso sia l’Eurozona che gli UK eviterebbero la recessione in cui sono ormai piombati da marzo 2012. Salgono notevolmente sia i prezzi delle materie prime che l’inflazione, che rimarrebbe comunque più bassa di quella dell’ultimo trimestre 2011: questo scenario registrerebbe in Europa un tasso d’inflazione del 2,4% a fine 2012 e del 2,3% a inizio 2013 per poi attestarsi a 1,8% a fine 2013. La crescita del Pil passerebbe da 0,7& a fine 2012 a 1,9% a inizio 2013 per poi fissarsi al 2,2% a fine 2013. A dicembre 2013 anche il tasso Bce dovrebbe risalire dall’1% di oggi al 2% mentre l’Euribor resterebbe all’1,01%. Il prezzo del petrolio dall’attuale 112,9 dollari pb a 121,2 dollari pb a dicembre di quest’anno per scendere a 119 dollari pb a fine 2013.
Il secondo scenario è apocalittico: Israele attacca l’Iran e l’Iran blocca l’export di petrolio e i passaggio dello stretto di Hormuz. In questo caso il petrolio salirebbe a 200 e poi a 300 dollari pb. L’inflazione crescerebbe a fronte di una mancata ripresa dell’economia e dei consumi. Anche gli USA entrerebbero in recessione, ma le peggiori conseguenze si avrebbero in Europa: l’Italia e la Spagna non avrebbero risorse sufficienti per combattere contro questi problemi e il contagio arriverebbe anche alla Francia. Il Pil europeo crollerebbe da un -1,7% a fine 2012 a un -9,2% a inizio 2013 e a un -8,8% a fine del prossimo anno, l’inflazione crescerebbe a 2,6% a fine 2012 e poi 3,8% a inizio 2013 e poi ancora a 4,2% a fine del prossimo anno. Le banche centrali non aumenterebbero i tassi, ma ormai la frittata sarebbe fatta. L’Euro si indebolirebbe e alla fine cesserebbe di esistere.
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