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Investire in ETF, il maggior successo del risparmio gestito?... OF OSSERVATORIO FINANZIARIO

SOMMARIO

In Italia si è passati dagli 8 fondi del 2002 ai 614 di fine 2012, proposti da ben 11 emittenti bancari. Il patrimonio gestito a Piazza Affari ammonta a 17,8 miliardi di euro e a circa 1,9 migliaia di miliardi di dollari a livello globale. Sono un po’ come la Ford T, la macchina per tutti: hanno costi di ingresso e di gestione popolari, trasparenza e liquidità. In questa prima puntata Of mette sotto la lente quelli obbligazionari. E scopre che hanno registrato performance eccezionali. Ma ora...

Investire in ETF, il maggior successo del risparmio gestito? Ma quanto si rischia?

Leggi anche la seconda puntata:
Investire in ETF, seconda puntata. Gli “azionari”: i successi e i rischi

In Italia si è passati dagli 8 strumenti del 2002 ai 614 di fine 2012, proposti da ben 11 emittenti bancari diversi. Il patrimonio gestito, solo in Piazza Affari, ammonta a ben 17,8 miliardi di euro e a circa 1,9 migliaia di miliardi di dollari (1,9 trilioni di dollari, direbbe Zio Paperone) a livello globale.

Gli ETF (Exchange traded fund) sono nati in Canada oltre 20 anni fa, per l’esattezza il 9 marzo del 1990. Il primo venuto fu chiamato “Toronto 35 Index Participation Fund” e si trattava, in pratica, del primo ETF della storia collocato sul mercato finanziario. L’ETF canadese è stato, in altre parole, il primo fondo di investimento a gestione passiva che replicava esattamente nella composizione (i titoli) e nei pesi (le percentuali attribuite a ciascun valore azionario) l’indice delle blue chip della borsa di Toronto.

A questo primo esperimento ne seguirono altri e si può dire che “l’industria” degli ETF prende forma negli Stati Uniti a partire dal gennaio del 1993 con il lancio da parte della grande banca State Street del primo ETF sull’indice S&P, lo Standard&Poor’s Depository Receipt – SPDR – un acronimo che verrà letto come “spider”, ragno.

Da allora l’industria degli ETF è esplosa in tutto il mondo. In Italia il primo ETF, riferito all’indice DJ Euro Stoxx 50 delle più grandi imprese quotate europee, vide la luce nel settembre del 2002 e fu lanciato da Lyxor asset management, società del gruppo bancario francese Société Générale che è tuttora, insieme a Ishares (gruppo Black Rock), State Street, Deutsche Bank e Amundi fra i principali produttori di fondi indice al mondo.

Si tratta, come è evidente, di uno dei maggiori successi della storia del risparmio gestito perché gli ETF sono un po’ come la Ford T, la macchina per tutti, dei mercati finanziari. Hanno quote di accesso limitate (a partire da poche centinaia di euro), costi di gestione generalmente molto bassi (e comunque largamente inferiori rispetto a quelli dei fondi comuni “attivi”, in cui sono i gestori a selezionare e a decidere il peso dei titoli in portafoglio), elevata trasparenza (gli emittenti sono obbligati a pubblicare e aggiornare continuamente i pesi e le caratteristiche del paniere di titoli dell’indice su cui investono) e buona liquidità.

Gli ETF sembrerebbero dunque una soluzione ideale ai problemi degli investitori perché permettono di diversificare, e con costi molto bassi, qualsiasi portafoglio e soprattutto di qualsiasi ampiezza. ---- In realtà è normale che i risparmiatori si sentano leggermente frastornati in mezzo a una tale offerta di prodotti (che possono essere, fra l’altro, sia rialzisti che ribassisti). Ecco perché OF vuol fare il punto su questa categoria di investimenti, cercando di dare alcune informazioni essenziali di base e di vedere quali possono essere le regole d’oro per muoversi all’interno di un mondo che è al contempo trasparente ma molto articolato. In questa prima puntata ci occuperemo degli ETF che replicano gli indici obbligazionari.

Sugli oltre 600 ETF quotati sul mercato di Borsa Italiana, circa 110 sono quelli relativi al comparto obbligazionario e che replicano di conseguenza un indice riferito a un paniere di bond. Considerando che le gestioni obbligazionarie (sia attive, i tradizionali fondi comuni, che passive, gli ETF) raccolgono circa i due terzi delle masse amministrate dal risparmio gestito occorre prestare particolare attenzione a questo segmento.

Tanto più, ricordiamolo, che a causa di fattori tecnici eccezionali come il fortissimo ribasso dei tassi di interesse in tutto il mondo, il mercato del reddito fisso (e quindi i fondi attivi e gli ETF) hanno generato nel 2012 performance eccezionali.

I titoli governativi in euro circa il 9%, i titoli di Stato italiani oltre il 18%, i corporate bond (obbligazioni societarie), il 13% e le emissioni high yield (alto rischio, alto rendimento) punte superiori al 20%. Chi acquistasse oggi dei fondi a gestione attiva, oppure degli ETF, attratto dal miraggio di questi guadagni eccezionali correrebbe il rischio di una delusione cocente.

Da questo livello minimo i tassi di interesse, in tutto il mondo, non potranno che aumentare, e sia negli Stati Uniti che in Germania ci sono i primi segnali di un nuovo aumento dei rendimenti.

Se i tassi, e quindi i rendimenti dovessero crescere di qualche punto percentuale (e nei prossimi anni questo accadrà certamente) tutti gli investimenti in fondi e ETF che hanno come sottostante bond e indici del reddito fisso subirebbero un effetto di ribasso identico e simmetrico a quello dell’eccezionale rialzo degli ultimi 18 mesi. ---- Ma torniamo agli ETF. Gli exchange traded fund possono essere riferiti a tipologie di indici molto diversi.
- Indici aggregati, che mettono insieme titoli di Stato e obbligazioni corporate di elevata qualità (investment grade)
- Indici governativi, che si riferiscono unicamente ai titoli di Stato e che possono essere riferiti a titoli con durate di vita residua differenti, ad esempio 5-7 anni. E’ da osservare che nella categoria dei titoli con durata di vita residua superiore ai 15 e ai 25 anni, i rendimenti degli ETF hanno battuto quelli di qualsiasi fondo comune a gestione attiva tradizionale.
- Indici corporate, riferiti, appunto, alle emissioni societarie. Molti di questi indici escludono le emissioni bancarie, molto volatili e rischiose a casa della crisi, e si concentrano sui bond lanciati dalle utilities, dalle telecom, dalle società industriali e di altri comparti dell’economia.
- Indici “covered bond” , basati su obbligazioni che hanno un contenuto “reale” (ad esempio cartolarizzazioni di mutui ipotecari)
Indici “inflation linked”, che replicano i panieri di obbligazioni con rendimento e capitale finale agganciato all’evoluzione del tasso di inflazione.
- Indici “high yield”, emissioni caratterizzate da un “rating” (livello di rischio) inferiore all’investment grade, ovvero alla tripla B.
- Indici Emergine markets bonds. Perché gli emittenti, sia societari che sovrani dei paesi emergenti stanno giocando un ruolo sempre più attivo e rilevante sui mercati finanziari globali.

Prima di concludere (nella prossima puntata parleremo degli ETF azionari e dei criteri per scegliere gli ETF, oltre che dei rischi che possono comportare) ricordiamo che gli ETF obbligazionari, così come i fondi attivi del reddito fisso espongono gli investitori a pesanti perdite in conto capitale nel caso in cui i tassi di interesse tornino ad aumentare.

Infatti, se si compra una obbligazione e la si detiene fino alla scadenza naturale, anche se nel periodo di vita dell’obbligazione il titolo dovesse deprezzarsi per effetto dell’aumento dei tassi di interesse, si sarà sempre sicuri di avere un rimborso alla pari (100) del capitale investito alla scadenza del titolo (salvo default dell’emittente, ovviamente!).

Nel caso degli ETF e dei fondi obbligazionari, invece, il portafoglio viene rinnovato continuamente e i titoli raramente sono portati alla scadenza. Per questa ragione una perdita realizzata su di un fondo obbligazionario o su di un ETF non è mai recuperabile. O perlomeno lo sarà soltanto quando un nuovo ciclo economico, con un nuovo calo dei tassi di interesse, non rilancerà le quotazioni dei bond già emessi.

Leggi anche la seconda puntata:
Investire in ETF, seconda puntata. Gli “azionari”: i successi e i rischi

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