SOMMARIO
Sono il prodotto del risparmio gestito più venduto nel mondo. E i quattro quinti di ETF puntano a replicare panieri di titoli azionari. Ecco quali sono gli indici più diffusi. E cosa vuol dire replica passiva o attiva. E quella “intelligente”. Questi sono i criteri con cui individuare i migliori ETF quotati sul mercato. Ma occorre stare attenti a non confondere tra quelli “fisici” e i “sintetici”. Nonchè controllare la liquidità e ... contare le stelle
Investire in ETF, seconda puntata. Gli “azionari”: i successi e i rischi
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Investire in ETF, il maggior successo del risparmio gestito? Ma quanto si rischia?
In un precedente articolo OF ha brevemente raccontato storia degli ETF, gli Exchange Traded Funds, nati oltre venti anni fa per replicare gli indici azionari e obbligazionari e ormai diffusi in tutte le gestioni, professionali e non, grazie ai vantaggi che offrono in termini di costo di gestione e di efficienza. Ci siamo soffermati in particolare sugli ETF che replicano gli indici obbligazionari, e sui rischi di deprezzamento che comportano in uno scenario di tassi orientati a ripartire verso l’alto, quando la ripresa economica si sarà consolidata. Gli eventi di mercato delle ultime due settimane, caratterizzati dal rialzo dei tassi negli Stati Uniti e da un nuovo allargamento dello spread Bund-Btp ha largamente confermato la fondatezza di quegli scenari.
Tuttavia la maggioranza degli ETF si concentra sugli indici azionari. Sia in Italia che nel mondo circa i quattro quinti delle emissioni di ETF puntano a replicare panieri di titoli azionari. Vediamo quali sono gli indici più diffusi e quali sono i criteri con cui individuare i migliori ETF quotati sul mercato.
I produttori di indici (su cui si basano gli ETF) fanno capo a grandi banche d’affari come Morgan Stanley e Goldman Sachs, oppure a società come Standard&Poor’s, che oltre ad essere una delle maggiori agenzie internazionali di valutazione del rischio è specializzata nella produzione di panieri azionari, tra cui l’indice principe della borsa americana, l’S&P500. C’è poi la serie degli indici Ftse, prodotti dalla borsa di Londra, che oltre al celebre Ftse 100 delle grandi capitalizzazioni londinesi include anche il Ftse Mib delle 40 blue chip quotate in Piazza Affari.
In Italia gli ETF che utilizzano gli indici Ftse sono una ventina, oltre 60 quelli che utilizzano gli indici della famiglia Stoxx di Standard & Poor’s. La parte del leone, tuttavia, con circa duecento ETF basati su indici proprietari la fa la banca d’affari americana Morgan Stanley, la stessa che calcola l’indice azionario globale di riferimento più diffuso, l’Msci World, e moltissimi analoghi indici dei mercati emergenti e dei mercati sviluppati.
I fondamentali e lo stile
La maggioranza degli ETF replica la composizione degli indici cui fa riferimento in proporzione identica alla capitalizzazione del titolo all’interno dell’indice stesso. Se, per esempio, il titolo Eni ha una capitalizzazione che è pari al 18% del totale della capitalizzazione dell’indice Ftse Mib, anche all’interno dell’ETF “replicante” vi saranno tante azioni Eni fino a raggiungere il 18% del totale dell’ETF e questa quota (insieme a quella di tutti gli altri titoli), verrà costantemente adeguata in funzione dell’aumento o della diminuzione della capitalizzazione complessiva del titolo che deriva della variazioni di prezzo del titolo stesso. E’ la classica replica passiva dell’indice.
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Esistono tuttavia famiglie di ETF azionari che utilizzano un approccio di replica differente.
I titolo azionari, infatti, possono essere distinti in Blue chip e small cap, a seconda della loro capitalizzazione. Generalmente si parla di blue chip per quelle società che hanno un valore capitale superiore ai 4 miliardi di euro e di small cap per le aziende da 250 milioni a quattro miliardi, ma queste soglie possono variare anche di molto. Come nelle gestioni “attive”, in cui un gestore sceglie attivamente quali azioni avere o non avere (sovrapesare o sottopesare) all’interno del portafoglio ci possono poi essere gli ETF di stile.
Le società ad alta crescita di utili e fatturati, chiamate società growth (crescita) tendono ad essere più care della media del listino e in determinate condizioni di mercato producono performance superiori. Le società “value” (valore), spesso sottovalutate e trascurate dagli investitori, riescono in genere a produrre ottime performance di lungo periodo, come dimostrano le scelte e la filosofia di investimento di Warren Buffet, uno dei principali fautori di questo approccio. In Italia esistono circa una trentina di ETF che replicano panieri di società “growth” e “value”, oppure panieri di grandi capitalizzazioni (blue chip) o di piccole aziende (small cap).
Ancora diversi sono gli ETF azionari che replicano i cosiddetti indici “intelligenti”, o RAFI (Research Affiliates Fundamental Index). In questo caso il “peso” (vale a dire la proporzione) dei titoli all’interno dell’indice Rafi non è identica al peso percentuale della capitalizzazione del titolo all’interno dell’indice generale di mercato, ma viene sovrapesata o sottopesata (aumentata o diminuita) a seconda di fondamentali di bilancio come il tasso di crescita dei fatturati e dei profitti, la crescita dei dividendi e dei flussi di cassa, o altri parametri finanziari.
Gli indici Rafi, nati circa una decina di anni fa rappresentano una importante evoluzione del mercato degli ETF e secondo alcuni studi americani questi indici, e quindi gli ETF che li riproducono, riescono sul lungo periodo a generare performance superiori a quelle dell’indice generale di borsa. Sul mercato italiano sono quotati circa 20 ETF appartenenti a questa famiglia.
Inutile ricordare, infine, che gli ETF sono in grado di replicare praticamente tutti gli indici settoriali e geografici disponibili sul mercato finanziario.
Come scegliere gli ETF
Gli ETF possono essere “fisici” o “sintetici”. Nel primo caso il prodotto replica il paniere di riferimento investendo direttamente in titoli azionari, nel secondo la clonazione dell’indice è basata su contratti “futures”, quindi su strumenti derivati sintetici. Solitamente sono preferibili gli ETF a replica fisica, tuttavia anche gli ETF “sintetici” possono essere molto efficienti e soprattutto spesso sono gli unici che riescono a riprodurre l’andamento di indici o panieri esotici e poco liquidi.
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Tra i criteri fondamentali per scegliere un ETF efficienti bisogna menzionare il parametro della liquidità e il cosiddetto tracking error. Quanto più un ETF è liquido (quindi trattato per ampi volumi sul mercato secondario) tanto meno le sue quotazioni saranno influenzate da elementi esterni all’andamento del sottostante come gli ordini di acquisto o di vendita dell’ETF stesso, che da questo punto vista tende a comportarsi come un unico grande valore azionario.
Il concetto di “tracking error” fa riferimento invece a quei piccoli scostamenti della performance dell’ETF rispetto all’indice di riferimento che sommati in corso d’anno possono dare luogo a divergenze anche importanti rispetto all’andamento dell’indice replicato. Quanto più un ETF è efficiente tanto minore è il suo tracking error.
Un criterio semplice e affidabile per la scelta degli ETF sono le “stelle” di Morningstar. La società che analizza i fondi di investimento attivi e che li classifica con un punteggio va da una a cinque stelle (i fondi eccellenti), realizza la stessa classifica anche per gli ETF. Sul sito di Morningstar (www.morningstar.it) sono disponibili le classifiche degli ETF in base alle “stelle”, che altro non sono se non un criterio sintetico per attribuire un giudizio di qualità alle tante e complesse variabili tecniche che contraddistinguono i singoli prodotti.
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