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È diventato il simbolo della rivoluzione dell’on demand che a prezzi competitivi propone, a milioni di abbonati, un’offerta incredibile, dove trovano spazio produzioni originali di altissimo livello. Pochi anni fa è approdato anche in Europa e in Italia si attende impazienti il suo arrivo. Per il quale però una data certa ancora non c’è (e i motivi purtroppo sono validi). Ma il prossimo (probabilissimo) sbarco in terra francese fa ben sperare…

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Ha riscritto le regole e le modalità di fruizione dei contenuti audiovisivi trasmessi dalla televisione tradizionale, assegnando nuovi significati a temi quali on demand e streaming. Conta 44 milioni di abbonati in tutto il mondo (35 negli Stati Uniti) a cui propone per 7,99 dollari al mese, 50.000 titoli tra film, serie tv e show televisivi. Ha chiuso il 2013 con una crescita del 19% e si è lanciato in produzioni originali di grande successo, premiate dal pubblico e dalla critica, come House of Cards (con Kevin Spacey), vincitore di tre Emmy Awards e un Golden Globe.

È Netflix, il colosso americano che fa paura all’Europa (immagine di copertina), nato nel 1997 come noleggio film per posta e diventato simbolo di una rivoluzione che porta il nome di Svod (subscription video on demand) che porterà alla fine, o quanto meno al radicale cambiamento, di un’era geologica, e che secondo NPD, gruppo di ricerca dei trend di mercato e di consumo, rappresenta il 67% delle transazioni digitali, con una crescita molto più ampia rispetto alle altre forme del video digitale.

Guarda il video su Netflix


Netflix è presente nei mercati di Stati Uniti, Sud America, Canada, Messico, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi e Paesi Scandinavi, dove non solo ha messo in difficoltà le rivalità locali (in Svezia è diventato subito leader del settore) ma ha anche creato e rafforzato nuove modalità di fruizione. Personalizzazione, flessibilità, scomparsa della nozione tempo e del palinsesto, ampiezza e qualità dell’offerta (3 miliardi investiti per i contenuti originali: oltre alla già citata “House of Cards” che avrebbe tra i suoi fan anche il presidente Obama, e di cui è stata prodotta anche la seconda stagione, ha concepito “Orange is the new black”, e “Better call Saul”, spin-off del celebre “Breaking Bad”).

Guarda il video su House of Cards


Tutto diventa a richiesta, i contenuti vengono utilizzati come, dove e quando lo si desidera, senza limitazioni e vincoli di orario, da smart tv, tablet, Pc, Mac, Play Station 3, 4 e Xbox. Si profilerà un modello meno standardizzato, indipendente dagli appuntamenti del palinsesto, con abbonamenti che potrebbero diventare sempre più personalizzati, come i piani telefonici. Meccanismi che hanno portato alla realizzazione di nuove produzioni, ad esempio la nascita di web serie, come l’italiana “Esami”, diretta da Matteo Keffer, che racconta in chiave comica l’universo universitario. ---- Mutazione non immune da effetti collaterali, come un possibile indebolimento della fidelizzazione del pubblico, in seguito all’affermarsi di nuovi meccanismi di fruizione, tra cui emerge il binge watching. La pratica non prevede più la visione di una sola puntata settimanale, aspettando impazientemente l’appuntamento successivo, ma bensì ci si lancia in vere e proprie full immersion, in cui si consumano uno, o più, episodi al giorno. Fino a quando non si diventa saturi e, talvolta, si abbandona definitivamente il programma. Tendenza diffusissima, tanto da portare Netflix, lo scorso febbraio 2013, a rendere disponibile online l’intera stagione del thriller-politico House of Cards, appagando così la bramosia dei suoi spettatori.

Dopo il successo stelle e strisce, ora Netflix punta a rafforzare la propria presenza nel vecchio continente. A supportare questa tesi sussistono non solo i 400 milioni di dollari stanziati per una significativa espansione (che vedrà protagonista la Francia, dove l’approdo, come afferma anche Le Figaro, dovrebbe verificarsi per il prossimo autunno), ma le stesse dichiarazioni rilasciate dall’azienda, che si è detta interessata ai mercati UE, senza però specificarne la destinazione esatta.

Come descrive il Wall Street Journal, l’Europa occidentale rappresenta un bacino d’investimento di particolare interesse, non solo perché Germania e Francia rappresentano rispettivamente laquarta e la sesta banda larga del mondo, ma anche perché si tratta di un business tanto agli albori quanto emergente, che, nei prossimi anni, si svilupperà a ritmi esponenziali, rendendo nel 2017, secondo gli analisti di SNL Kagan (società che analizza il mercato dei media e della comunicazione), 1,1 miliardi di dollari.
L’Europa intanto accoglie la sfida e non si fa trovare impreparata. Mentre in Germania e Austria Sky lancia Snap sullo stile di Netflix, a 9,90 euro mensili per i non abbonati (4,90 per gli abbonati), in Francia Bertrand Meheut, Nonce Paolini e Nicolas de Tavernost, proprietari dei tre principali network privati, TF1, Canal+ e M6, lamentano al Ministro della Cultura Aurélie Filippetti, una situazione di squilibrio nella concorrenza con i colossi del web, che li vedrebbe sfavoriti sul piano fiscale e normativo. E la risposta del ministro non si è fatta attendere: se Netflix vuole approdare in Francia, deve piegarsi alle leggi francesi. Uno sbarco che si preannuncia essere tutto in salita.

E l’Italia, come si colloca tra le mire espansionistiche? Rumors insistenti preannunciavano un debutto italiano per fine anno, motivati dalle trattative allacciate con Cattleya, società di film e produzioni tv di Riccardo Tozzi, per l’acquisto dei diritti worldwide di Romanzo Criminale. Pettegolezzo però smentito da Joris Evers, responsabile del settore comunicazione, che ha ridimensionato il tutto a colloqui conoscitivi, confermando però l’intenzione dell’azienda a penetrare nei mercati di alcuni paesi europei, dichiarazione supportata anche da Hollywood Reporter, secondo cui l’approdo in Italia slitterebbe al 2015.

Ma se l’arrivo di Netflix viene continuamente annunciato e smentito, descritto spesso in fase preliminare, un motivo c’è. Sulla questione si è concentrato anche il settimanale americano Variety, pubblicando, il 6 marzo 2014, un’analisi circa il futuro dell’azienda in terra europea, soffermandosi anche sul ritardo italiano. Ritardo che trova la sua spiegazione nelle statistiche: solo il 55% degli italiani possiede una connessione Internet ad alta velocità, valore che stride con la ben più alta media europea, che registra un 72%. I dubbi vertono sulla possibilità della nazione di essere in grado di reggere i ritmi imposti dal servizio di rete. Purtroppo non rappresenta una novità la necessità impellente di una rivoluzione tecnologica del Paese e la sua arretratezza sul tema di alfabetizzazione digitale e banda larga. Elementi ormai imprescindibili per valutare il progresso di una nazione, e l’Italia non regge il confronto con i più evoluti Paesi Bassi, Francia, Germania, Svezia e Regno Unito, tutti con valori superiori alla media UE.
La conquista europea entro il 2014 è appurata. Ciò che non è certo è il dove.

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