Investire nel mattone. Crisi di un amore.

“Il fatto è che troppo spesso il connotato della tangibilità dell’investimento induce a valutazioni errate circa la sua sicurezza in termini di redditività”, spiega Luca Dondi, Direttore Generale di Nomisma. Mario Breglia, Presidente di Scenari Immobiliari, invita ad avere pazienza. Come stanno realmente le cose? Conviene ancora puntare sull’immobiliare? Intanto, il mercato una risposta l’ha già data con i numeri record fatti registrare di mese in mese dai fondi comuni di investimento
di: Elisa Vannetti
2 Ottobre 2014
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“Chi ha comprato casa a scopo di investimento 20 anni fa, oggi ha un ritorno reale (al netto dell’inflazione) pressoché nullo. Mentre un analogo investimento fatto 10 anni fa ha garantito un ritorno reale negativo a due cifre”, svela senza mezze misure Luca Dondi, Direttore Generale di Nomisma, lasciando ben poche speranze a chi la casa la acquista per metterla a reddito. “Il fatto è che”, chiarisce ancora Dondi, “troppo spesso il connotato della tangibilità dell’investimento induce a valutazioni errate circa la sua sicurezza in termini di redditività”. Detto in parole povere: il mattone potrebbe non essere più quel bene rifugio per eccellenza in grado di garantire (nel lungo periodo) un guadagno che sia quantomeno superiore all’inflazione.

“Certo bisogna ricordare che si tratta di un investimento a lungo termine, per cui l’aspetto difensivo implica che almeno per dieci anni una casa non si venda. Al di sotto di questo periodo è facile avere una perdita”, conferma anche Mario Breglia, Presidente e fondatore di scenari immobiliari che, però, smussa, “il mattone non ha perso sicuramente le sue storiche caratteristiche di bene rifugio. Ma ci vuole pazienza”. “In realtà”, interviene Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, “se si tiene conto che chi investe sul mattone punta soprattutto alla rivalutazione dell’abitazione da questo punto di vista il mercato immobiliare non ha tradito le aspettative: dal 1998 ad oggi c’è stata una rivalutazione nominale del 49%”.

Eppure, rispetto a qualche anno fa quando l’investimento nel mattone rappresentava uno strumento imprescindibile per diversificare il livello di rischio, una flessione si è registrata.
“Le compravendite realizzate dal Gruppo Tecnocasa nel primo semestre 2014 evidenziano una contrazione della percentuale di coloro che hanno acquistato per investimento”, spiega Megliola (Tecnocasa) , “si passa dal 17,1% del 2013 al 16,3% attuale”. Contro una domanda, ancora più consistente e pari al 22,1% nel primo semestre del 2009.

“Negli ultimi due anni, in effetti, è calata la propensione ad investire sul settore immobiliare”, fa eco Breglia (Scenari Immobiliari) , “colpa delle tasse che hanno inciso sui rendimenti di almeno un mezzo punto percentuale”. E che, con l’avvicendarsi di vari governi, negli ultimi anni, hanno contribuito a incrementare, non poco, l’aggravio fiscale per chi possiede casa. “Ad essere stata penalizzata è soprattutto la proprietà dell’immobile”, conferma Dondi (Nomisma) , “mentre con l’introduzione della cedolare secca l’eventuale locazione ha beneficiato di un alleggerimento. Oltre alla gravosità del prelievo, la penalizzazione dell’investimento immobiliare è scaturita dalla perdita di valore in conto capitale registrata negli ultimi 7 anni, nonché dalla crescente morosità dell’inquilinato, che ha invece colpito il ritorno da locazione”.

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