Alzheimer: cosa si può fare per prevenirlo

La vita si allunga e l’Alzheimer è tra le malattie che spaventano maggiormente chi entra nella terza età. A differenza però di quanto ritenuto fino ad alcuni anni fa, si tratta di una patologia multifattoriale, che è possibile prevenire mediante il controllo dei fattori di rischio e la combinazione di trattamenti farmacologici e non farmacologici: la stile di vita può incrementare efficacemente il processo di neuro protezione. A spiegarlo è il Prof. Alessandro Padovani
di: Chiara Corti
24 Maggio 2017
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L’aspettativa di vita è aumentata negli ultimi decenni e si allungherà ulteriormente. E il sogno di tutti è trascorrere la terza età per quanto possibile sani, così da goderne nel migliore dei modi. Tra le patologie maggiormente temute, dopo cancro e malattie cardiovascolari, figura l’Alzheimer, causa più comune di demenza associata ad una malattia neurodegenerativa progressiva. Per questo OF ha scelto di approfondire le ultime novità in materia grazie al contributo del Prof. Alessandro Padovani, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Brescia.

Of: quali sono i numeri che caratterizzano la malattia?
Padovani: Gli affetti da demenza sono circa un milione/un milione e duecentomila soggetti in Italia, di questi si stima che circa 700.000 siano malati di Alzheimer. Un numero stabile, dovuto da un lato all’aumento legato all’invecchiamento della popolazione, dall’altro ad una riduzione dell’incidenza grazie ad un maggiore controllo dei fattori di rischio e al miglioramento della qualità della vita. Nel mondo, la prevalenza stimata di questa malattia nel 2015 è stata di 44 milioni di persone e si prevede che questa cifra raddoppierà entro il 2050 (Van Cauwenberghe C et al., Genetics in Medicine 2015). In Italia non si stima però un aumento così consistente, che si concentrerà in primo luogo nei Paesi dove ancora deve allungarsi l’aspettativa di vita. Nel 75% dei casi, la malattia si manifesta oltre i 70 anni di età.

Of: E quali sono le cause?
Prof. Padovani: La malattia è principalmente associata ad un accumulo di beta-amiloide e all’iperfosforilazione della proteina tau nonché a una diminuzione dei livelli di acetilcolina e una riduzione del flusso ematico cerebrale. Rispetto ad alcuni anni fa c’è maggiore ottimismo, basato sulla consapevolezza che essa non sia incontrastabile, in quanto legata non solo a fattori somatici e ad una predisposizione genetica ma anche a fattori ambientali.

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Prof. Alessandro Padovani, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Brescia























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