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Bitcoin sì, Bitcoin no? Ecco cosa dicono i Grandi della Terr... OF OSSERVATORIO FINANZIARIO

SOMMARIO

Fermamente contrari. O entusiasticamente favorevoli. I Big della finanza e dell’economia mondiale non hanno mezze misure per definire i Bitcoin. Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ipotizza l’avvento prossimo di una bolla. Per l’economista Nouriel Roubini sarà la madre di tutte le bolle. Il numero uno di JPMorgan, invece, si dice pentito di averli definiti una truffa. Ma Bill Gates, del quale si sottolinea come non abbia mai sbagliato una sola previsione fino ad oggi, sostiene che…

Bitcoin sì, Bitcoin no? Ecco cosa dicono i Grandi della Terra

Opportunità di investimento o asset ad alto rischio? Nel guazzabuglio di opinioni, pareri e interpretazioni che circondano la cripto-moneta più celebre del web anche i Big della finanza di tutto il mondo si dividono sulle effettive opportunità di utilizzo dei Bitcoin. C’è chi invita alla prudenza, chi è fermamente contrario e chi, invece, dopo i primi timori iniziali si dice (cautamente) favorevole all’utilizzo del conio virtuale. Chi avrà ragione nel lungo periodo è presto per dirlo. Ecco come si divide il mondo della finanza e dell’economia sulla questione.

I contrari


Tra le fila dei più accaniti sostenitori del “no” ai Bitcoin svetta l’economista Paul Krugman, premio Nobel per l'economia nel 2008 che, sulle pagine del New York Times ha recentemente dichiarato che "il Bitcoin è una bolla colossale destinata a finire in tragedia". L’allarme, dice l’economista statunitense, non è infondato: la moneta del web non ha alcun legame con l’economia reale e non ha valore intrinseco. Può essere utilizzata per fare acquisti online, ma senza consentire niente di diverso da ciò che già non si possa fare con una tradizionale carta di credito. Il problema, però, diventa più consistente con il passare del tempo: se i primi acquirenti ad entrare sul mercato hanno avuto fortuna, concludendo buoni affari, lo stesso non può dirsi per chi nella cripto-valuta decide di investirci oggi.

Le prime notizie di inizio anno che riportano i dati del crollo delle quotazioni dei Bitcoin sembrano portare in questa direzione. Tanto che molti fautori del “no”, per spiegare cosa accadrà nell’immediato futuro, evocano il caso della “bolla dei tulipani” . Nel Seicento, in Olanda, al tempo dei commercianti di bulbi di tulipano, una delle specie più ricercate passò da una quotazione di 1.000 fiorini a oltre 3.000 in pochissimo tempo. L’euforia che ne seguì attirò nel mercato nuovi investitori e le quotazioni continuarono a salire. Due anni più tardi, all'asta di Alkmaar, una città dell'Olanda settentrionale, un bulbo di tulipano fu venduto a un prezzo di 6.000 fiorini: un valore quasi pari al reddito di oltre un anno e mezzo di un muratore dell'epoca. Finché, improvvisamente, la bolla scoppiò. Pochi giorni dopo l’ultimo acquisto record, un’asta ad Haarlem andò deserta. Iniziarono le vendite incontrollate e i prezzi di mercato scesero vertiginosamente.

Un andamento simile, spiegano gli economisti, a quanto sta accadendo in questi primi mesi dell’anno: a dicembre un Bitcoin valeva oltre 20.000 dollari. Oggi, nella data di stesura di questo articolo, non supera i 6.000 dollari.

Ma non sarà una bolla come tutte le altre. Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University, reso celebre dal fatto che fu l’unico a prevedere lo scoppio della crisi finanziaria del 2008 (e per questo soprannominato Dr. Doom, cioè Dr. Sventura), è ancora più tranchant. L’economista americano, infatti, ha definito il Bitcoin come “la madre di tutte le bolle” , sostenendo anche che sono vicini i tempi in cui il prezzo dei Bitcoin arriverà a zero. Secondo il professore, infatti, sempre più Paesi inizieranno a dichiarare illegali gli scambi in criptovalute, come già ha fatto la Cina, finché “tutto questo avrà fine”.

La lista di nomi noti del mondo dell’economia e della finanza contrari all’utilizzo della valuta del web è, però, potenzialmente molto più lunga. Si dice scettico, per esempio, l'investitore miliardario Warren Buffet che a inizio anno ha confermato che non investirà mai in Bitcoin o in altre criptovalute e ha predetto una possibile caduta dei valori. Perentorio anche il giudizio di Beppe Scienza, docente presso l’Università degli Studi di Torino e autore del blog dal nome evocativo “il risparmio tradito”, che in un articolo della scorsa estate ha associato i Bitcoin allo schema Ponzi: la celebre truffa che consiste nel raccogliere ingenti capitali da vari investitori con la promessa, del tutto infondata, di lauti guadagni nel breve periodo.

Più cauto, invece, l’allarme che arriva dai piani alti della Banca Centrale Europea. Il Presidente della Bce Mario Draghi ha espresso le sue perplessità in merito all’utilizzo del conio digitale, sostenendo che, in quanto asset molto rischiosi e volatili, sono particolarmente soggetti alla speculazione. Ma il principale fattore di rischio è che il conio digitale viaggia in uno spazio attualmente non regolato. Anche se il Single supervisory mechanism, cioè la vigilanza bancaria unica, è già al lavoro per studiare come identificare i rischi che le valute virtuali pongono alle banche.

Gli ottimisti e i pentiti


A inizio anno Jamie Dimon, ceo di JPMorgan, tra le quattro più grandi società finanziarie d’America, ha colto tutti di sorpresa affermando di essersi “pentito” di aver definito il Bitcoin una frode. Anzi, il giudizio che il numero uno della banca statunitense aveva dato della cripto-valuta era decisamente più categorico. Secondo lui i Bitcoin erano una bolla che sarebbe presto esplosa, mentre la moneta digitale era adatta solo agli spacciatori di droga, agli assassini e alle persone che vivevano in luoghi come la Corea del Nord. Tanto che aveva “minacciato” di licenziare qualsiasi dipendente della banca di investimento che avesse scoperto commerciare in Bitcoin. Poi, a inizio gennaio, la svolta che, dicono i rumors, potrebbe essere dovuta al fatto che la sua stessa figlia ha acquistato due Bitcoin.

Ma c’è anche chi si dimostra molto più ottimista. Bill Gates, fondatore di Microsoft, non ha dubbi: i Bitcoin sono meglio delle valute tradizionali. Perché non si deve essere fisicamente nello stesso posto per concludere la transazione. Inoltre, il conio del web può rendere molto più facile il movimento di soldi tra i vari paesi, portando a una conseguente riduzione delle tariffe. Anche John Rainey, CFO di PayPal durante una recente intervista rilasciata al Wall Street Journal ha dichiarato che secondo lui il Bitcoin sarà il futuro dei pagamenti. E, in effetti, le sue dichiarazioni sono perfettamente in linea con la policy aziendale: PayPal è stata una delle prime aziende ad accettare Bitcoin nel 2015 sulla propria piattaforma Braintree.

Non solo Bitcoin, però. Il mondo delle criptovalute è popolato da un numero ormai indefinito di nuovi coni che potrebbero essere anche potenzialmente migliori rispetto alla prima moneta digitale. E’ di questo avviso, per esempio, Richard Branson, fondatore del Gruppo Virgin che, in un’intervista rilasciata la scorsa estate, ha dichiarato che, sebbene il Bitcoin funzioni, il mercato conta altre valute simili che potrebbero essere ancora migliori. Nel frattempo, il gruppo è interessato ai possibili sviluppi futuri. A luglio 2017, Branson e il gruppo Bitfury hanno ospitato un incontro sull’isola privata di Branson, Necker, proprio per discutere delle implicazioni delle criptovalute.

Ecco perché la Banca Centrale Israeliana, stando alle ultime indiscrezioni, sarebbe al lavoro per creare una nuova moneta digitale alternativa al contante. L’obiettivo, non ufficialmente dichiarato, sarebbe quello di assestare un colpo definitivo nella lotta al sommerso, facendo dunque entrare in circolazione grazie al tradizionale circuito di banche e sportelli automatici una valuta completamente virtuale. In effetti, sulla questione delle monete del web, si è recentemente espressa anche il vice Governatore della banca centrale israeliana, Nadine Baudot-Trajtenberg che, pur mantenendo le distanze dai più conosciuti Bitcoin, ha affermato che il mondo dei coni del web va considerato per quello che realmente è: cioè un asset finanziario.

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