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USCITA DI MARTEDì 28 FEBBRAIO 2017
COVER STORY
Le News di Of
Il panorama dell’offerta dei nuovi strumenti finanziari che permettono di investire esentasse si va infoltendo. I Piani Individuali di Risparmio (PIR), la grande novità del risparmio gestito introdotta dalla Legge di Stabilità 2017, dopo aver attirato sul mercato le case di gestione, le prime ad essere pronte, sta incontrando l’interesse di un numero sempre crescente di operatori che si dicono pronti a lanciare soluzioni ad hoc entro la primavera, o al più tardi per l’estate. Ancora è presto per definire quali effetti benefici porteranno i nuovi strumenti di investimento sui portafogli dei privati cittadini nel medio-lungo periodo. Ma le stime di Assogestioni sono rosee: in 5 anni, prevede l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio, il nuovo strumento di investimento potrà produrre una raccolta stimata in 16 miliardi di euro.
ECONOMIA & FINANZA
La Stampa
Le banche, le banche!», ripete l’alto funzionario europeo che sventola un rapporto della Commissione sullo stato di salute del credito italiano. «Preoccupante», precisa. Più del debito? «Le banche, le banche!», insiste, spiegando che sui conti pubblici «ci aspettiamo che il governo mantenga la parola data», con la correzione per aprile. Adottando il teorema renziano, la fonte confessa di trovare curioso che Roma e Bruxelles discutano così tanto sugli “zerovirgola”, perché “sono pochi miliardi e non risolvono il problema del passivo di stato”. Ci vorrà altro tempo per quello, lascia intendere, si studierà una qualche soluzione, magari ponte, e poi si vedrà. Ma per le banche, giura, è un’altra storia. Il problema sono le sofferenze, i crediti che non saranno recuperati, gli Npl per dirla con i tecnici. Pesano come un macigno sulla coscienza pubblica e la capacità di manovra dei signori del Credito che, nonostante le evidenti eccellenze di sistema, hanno smarrito un pezzo della fiducia dei mercati, come dimostra la caduta dei valori di Borsa nel 2016: 85 miliardi la somma netta, 198 la lorda, 329 il dato globale. Peggio di noi solo Cipro, Grecia e Portogallo. Per questo la Commissione evidenzia la persistente incertezza «connessa all’adeguatezza degli accantonamenti davanti all’elevata massa degli Npl».
la Repubblica
Q uando nacquero, nel 1990, erano le padrone assolute del sistema bancario italiano. Con la cosiddetta legge Amato, furono create da un giorno all’altro per scissione dalle casse di risparmio e dalle banche del monte: a loro fu affidato un ruolo filantropico, agli istituti di credito sottostanti quello operativo. Le Fondazioni detenevano in toto le azioni delle banche e, soprattutto, avevano lo scettro del comando. Oggi però, a quasi 27 anni da quel momento storico, le Fondazioni scoprono di non contare quasi più nulla nelle banche conferitarie, con la sola eccezione di quelle presenti nel capitale di Intesa San Paolo che, insieme, continuano a detenere circa il 24 per cento del capitale. L’ultima mazzata è arrivata con l’aumento di capitale da 13 miliardi di Unicredit: nessuna delle Fondazioni presenti nel capitale ha voluto o potuto mantenere la propria quota nella banca. Così Cariverona scenderà da 2,3 per cento all’1,8, nonostante la parziale sottoscrizione dell’aumento di capitale per 220 milioni. L a Cassa di risparmio di Torino, anch’essa impegnata a spendere 210 milioni, calerà all’1,7 per cento. Quella di Modena allo 0,5, mentre sarà frazionale anche la partecipazione azionaria della Fondazione Monte di Bologna e Ravenna. Alla fine, tutte insieme non conteranno più del 5 per cento dell’azionariato: troppo poco per continuare a esercitare un’influenza determinante come avvenuto finora
la Repubblica
L e Fondazioni sono al bivio: «Il vecchio schema per cui con una mano si tutela il patrimonio e con l’altra si distribuiscono i proventi non funziona più. Bisogna cominciare a ragionare in termini di investimento e non più solo di elargizione». Ragiona così Francesco Profumo, dal maggio scorso alla guida della Compagnia di San Paolo, principale azionista di Intesa. Profumo, negli ultimi dieci anni le fondazioni italiane hanno dimezzato la capitalizzazione. Come mai? «Parlare di Fondazioni come se fossero un tutt’uno omogeneo è fuorviante. In Italia le Fondazioni sono un’ottantina: alcune sono più passive, e si limitano a seguire le strategie delle loro banche, altre sono più attive, più votate all’investimento. Poi, tra le Fondazioni che hanno investito ci sono quelle che hanno scelto di farlo in modo prudente e quelle che hanno scelto di scommettere sui settori innovativi. Infine, tra chi ha investito c’è chi ha saputo farlo bene e chi no. Come vede il panorama è molto variegato». Da che cosa dipende la capacità di entrare nel gruppo delle Fondazioni virtuose? «Credo che dipenda dalla possibilità di affiancare al mestiere tradizionale, quello di amministrare il patrimonio originario conferito dalla banca, un mestiere diverso, quello di chi progetta investimenti innovativi.
Il Sole 24 Ore
Da una parte c’è il mercato, disposto a comprare ciò che vuole ai prezzi che vuole. Dall’altra i regolatori, che incalzano - pur con un approccio più aperto rispetto al passato - ad aggredire con maggior coraggio lo stock di Npl. In mezzo, i banchieri. Che rivendicano il diritto di amministrare. Come in una fedele miniatura, ieri a Londra - all’Equity and debt conference organizzata dall’Ambasciata italiana insieme allo studio Legance - si è avuta una perfetta rappresentazione di quel che accade intorno alle banche italiane. Pare un dialogo tra sordi, in realtà è il solito gioco delle parti, una sorta di trattativa continua. Che però in ballo vede decine di miliardi, oltre alla solidità della ripresa e al rischio di un nuovo contagio. Con questo spirito Andrea Enria qualche settimana fa ha avanzato la proposta di una grande asset management company europea. Davanti a banche e fondi, ieri il presidente dell’Eba l’ha rilanciata, perché dieci Paesi europei viaggiano ancora con uno stock di Npe superiore al 10% degli impieghi e senza un intervento strutturale il ritorno ai livelli pre-crisi del Vecchio continente sarà troppo lento.
la Repubblica
C’ è vita per i buy back in Europa? La decisione di riacquistare le proprie azioni annunciata da Allianz ed Enel - e quelle allo studio da parte di Unilever e di Generali - ridà attualità a uno strumento che, in Italia ma anche nei mercati vicini, ha una diffusione limitata e una ricorrenza che gli operatori definiscono “aneddotica”. Eppure il riacquisto delle azioni per le società quotate è un cardine della vita finanziaria dei listini in questi anni di globalizzazione e tassi zero nelle aree chiave (Stati Uniti, Europa, Giappone), che rendono il costo del debito nettamente inferiore a quello del capitale - si parla di 5-6% contro 8-9% annuo - , così alle imprese conviene indebitarsi per comprare azioni proprie. E’ anche grazie al notevole sostegno che a prezzi e utili di Wall Street costituito dai buy back – che secondo stime di Goldman Sachs cresceranno del 30% a 780 miliardi di dollari per le società dell’S&p 500 – che l’America azionaria batte sistematicamente i listini europei nel breve, medio e lungo termine. Certo ai due lati dell’Atlantico le economie, gli attori del mercato, l’incisività dei governi e le politiche fiscali non potrebbero essere più diverse; con l’Europa che sperimenta una subalternità poche altre volte vissuta nella sua storia. Tuttavia, anche dato il contesto, l’aiutino multimiliardario che i buy back portano alla Corporate America spiega come le imprese laggiù quotino in media 18 volte gli utili e 3 volte il patrimonio, senza paura di bruciare record in serie sugli indici. Ma forse in Europa qualcuno cerca di usare l’abbondanza di liquidità per ispirarsi. A febbraio Allianz ha annunciato un buy back fino a 3 miliardi di euro, oltre il 4% del capitale.
Milano Finanza
Si è conclusa in anticipo l'offerta in borsa dei diritti di opzione non esercitati di Unicredit nell'ambito dell'aumento di capitale da 13 miliardi chiuso la settimana scorsa. Nel frattempo il titolo sale oggi a Piazza Affari. Alle ore 12 il titolo guadagnava lo 0,6% a quota 12,23 euro. Lo ha reso noto la stessa banca questa mattina. L’istituto di credito guidato dall’amministratore delegato Jean Pierre Mustier ha scritto che nella prima seduta di Borsa (quella di giovedì 23 febbraio) sono stati venduti tutti i 1.469.645 diritti di opzione non esercitati nel periodo di offerta relativi alla sottoscrizione di 3.821.077 azioni ordinarie di nuova emissione Unicredit per un totale di 15.063.861,25 euro. Di conseguenza, l'esercizio dei diritti inoptati acquistati nell'ambito dell'offerta in borsa e conseguentemente la sottoscrizione delle nuove azioni dovranno essere effettuati entro il 2 marzo 2017, fa sapere la banca. L'inoptato verrà messo a disposizione tramite gli intermediari autorizzati aderenti al sistema di gestione accentrata di Monte Titoli e potranno essere utilizzati per la sottoscrizione delle nuove azioni a 8,09 euro per azione, nel rapporto di 13 nuove azioni ogni 5 diritti inoptati.
la Repubblica
Mestre «I l problema di tutti i problemi è ridurre il rischio legale e recuperare fiducia». Fabrizio Viola, ad di Banca Popolare di Vicenza e consigliere di Veneto Banca con delega al progetto di fusione delle due ex popo-lari, affronta di petto la platea di imprenditori veneti e friulani. Non c’è una alternativa, una scorciatoia, un altro passaggio. La via della salvezza, passa dalla riduzione del rischio legale. A questo è orientata l’offerta, sostenuta dal fondo Atlante: negoziare la rinuncia alle litigation con un ristoro del 15%. «Il progetto dell’offerta transattiva con i vecchi azionisti è fondamentale per il futuro — dice Viola — il presidio dei rischi legali, in caso di non raggiungimento dell’80% delle adesioni, aumenterebbe fino ad essere insufficiente. Sarebbe insufficiente anche in caso di aiuto pubblico. E questo, anche se ci fosse, non cambierebbe i termini dell’offerta». La storia quindi cambierebbe in maniera irreversibile e l’idea di costruire una grande banca regionale con un solido profilo, interlocutore privilegiato di un territorio sul quale non solo è fisicamente presente, ma che conosce nelle più intime dinamiche, verrebbe a mancare. «Sono arrivato qua perché richiesto dal cda di Vicenza e Veneto Banca — afferma Viola spiegando il contesto della sua nomina ed il suo ruolo in questa difficile trasformazione — per gestire quello che è stato fin dall’inizio il rilancio delle due banche venete
VicenzaPiù
Il sistema bancario italiano che si era sforzato di passare indenne attraverso la grande crisi del 2008 – nonostante 356 miliardi di prestiti che negli anni non sono stati restituiti generando una montagna di sofferenze – ha dovuto alzare bandiera bianca davanti alle gestioni di Giuseppe Mussari e Antonio Vigni al Monte dei Paschi (entrambi oggi a processo a Milano) e di Vincenzo Consoli e Flavio Trinca a Montebelluna e Gianni Zonin e Samuele Sorato a Vicenza, in attesa loro invece che si compiano ancora le indagini affidate a procure che si proclamano inadeguate, per numeri e competenze, ad analizzare i fatti che hanno condotto le due ex banche popolari alla rovina. In ballo, a Siena, c’è il destino della più antica banca del mondo, a Nordest il presente di 210 mila soci truffati e beffati. In entrambi i casi i riflessi sistemici sarebbero catastrofici ed è per questo che lo Stato è pronto a mettere sul tavolo fino a venti miliardi di euro per chiudere la partita. Al Monte dei Paschi, ha detto la Vigilanza Ue alla vigilia di Natale, non bastano i 5 miliardi prospettati nell’aumento fallito a dicembre 2016. Ne servono almeno 8,8 di cui 4,5 a carico dello Stato e 4,3 a carico degli obbligazionisti. Di questi almeno altri due sarebbero in verità a carico dello Stato come garante dei piccoli obbligazionisti. Il conto così salirebbe a 6,5 miliardi. Cifre non distanti da quanto servirà tra Veneto e Vicenza. Il Fondo Atlante ha già immesso nelle loro casse 3,5 miliardi di euro per la stragrande maggioranza privati. Ma non basta. La Vicenza si avvia a chiudere il 2016 in rosso per 1,880 miliardi e il totale con la Veneto rischia di sfiorare i 4 miliardi. Serve, per ripianare i buchi e dare un minimo di solidità all’istituto unico che dovrebbe nascere dalla fusione, una cifra tra 5 e 7 miliardi. Le autorità dell’Ue, analizzando conti e prospettive, stanno cercando di definirla con precisione. Di certo Atlante, da solo, non ha più denari da investire. Lo Stato potrebbe essere chiamato a mettere circa 5 miliardi di euro in aggiunta all’impegno di Atlante, su un esborso complessivo di 20 miliardi di euro. Di questi ben 11,5 potrebbero essere necessari solo per sanare le due crisi più acute.
la Repubblica
Rischia fortemente di saltare la fusione tra la Borsa di Londra (che controlla anche Piazza Affari) e quella di Francoforte. "Colpa" di Mts, la società italiana che si occupa degli scambi di titoli di Stato, che il gruppo London Stock Exchange non vuole cedere come invece richiede la Commissione europea. Per Lse sarebbe un sacrificio "sproporzionato" rispetto alla necessità di superare i problemi di concorrenza che deriverebbero dall'unione dei due colossi dei mercati finanziari, in una fusione che attende ormai da un anno e vale quasi 30 miliardi. In una nota diffusa domenica sera, a poche ore dalla chiusura della finestra temporale data da Bruxelles per sistemare i problemi di Antitrust, il gruppo Lse ha spiegato le sue ragioni. Alla fine del settembre scorso, la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, aveva aperto una indagine approfondita sulla proposta di fusione tra London Stock Exchange e Deutsche Boerse
AFFARI PERSONALI
Il Sole 24 Ore
Borse europee poco mosse (qui l'andamento dei listini) nella prima seduta della settimana in attesa del primo discorso del presidente americano Donald Trump di fronte al Congresso, in calendario domani sera. L'unica eccezione è Piazza Affari, che ha messo a segno un rimbalzo dell'1,71% sul FTSE MIB dopo tre sedute in rosso. A trainare Piazza Affari è stato il +5,49% di Intesa Sanpaolo, che ha rinunciato a ogni ipotesi di combinazione industriale con Generali (-2,84%). Bene tutto il settore bancario (Unicredit ha chiuso a +2,5%), in cui si è messo in luce anche Banco Bpm (+6,11%) dopo la comunicazione dei target patrimoniali Srep della Bce per il 2017, che l'istituto supera agevolmente. Leonardo - Finmeccanica (+4,9%) continua a beneficiare della buona accoglienza del piano industriale, mentre l'intero settore della difesa è in fermento dopo l'annuncio dello stesso Trump di un «aumento storico» dei fondi destinati al comparto.
Milano Finanza
A Piazza Affari in spolvero le banche, in primis Banco Bpm (+6,1%). La Bce ha determinato, per quest'ultima i requisiti prudenziali 2017: 8,15% Common Equity Tier 1 ratio; 10,40% Total Srep Capital requirement; 11,65% Total Capital ratio. Valori inferiori ai coefficienti al 31 dicembre scorso pubblicati dall'istituto, senza contare che i ratio notificati al mercato in via preliminare non includevano ancora l'impatto positivo derivante dallo stacco cedole di società partecipate e, soprattutto, l'estensione dell'adozione dei modelli Airb al portafoglio della ex Bpm . In grande spolvero Intesa Sanpaolo (+5,5%), grazie allo stop al deal Generali Assicurazioni (-2,8%). Tra gli altri titoli: Bper (+4,3%), Ubi Banca (+3,5%), Unicredit (+2,5%) e Mediobanca (+0,7%). L'Antitrust ha dato via libera all'acquisto da parte di Piazzetta Cuccia del 50% delle azioni di Banca Esperia, attualmente detenute da Banca Mediolanum (+0,49%), arrivandone così a detenere il 100% e il controllo esclusivo. Nel risparmio gestito, Azimut Holding (+1,14%) ha completato la prima tranche del programma di acquisto si azioni proprie, per un controvalore complessivo pari a 25 milioni euro.
Milano Finanza
In lieve guadagno Wall Street che, dopo l’ormai consueto ritocco dei record poco dopo l’apertura, si è mantenuta in prudente attesa del discorso del presidente americano. Indice Dow Jones +0,08% (nuovo massimo storico intraday a 20.841,82), S&P 500 +0,1% (record a 2.369,18) e Nasdaq +0,28%. Petrolio Wti in rialzo di 6 cent a 54,05 dollari al barile, Brent stabile a 56. Intanto il presidente Donald Trump ha annunciato che nel budget del 2018 proporrà di aumentare le spese militari di 54 miliardi di dollari, un incremento di circa il 10% rispetto alla spesa attuale. Questo aumento verrebbe finanziato tramite tagli ad altri settori della spesa pubblica, soprattutto da un consistente taglio dei fondi per gli aiuti esteri. Gli occhi di tutti sembrano ormai già proiettati a mercoledì, ovvero al discorso che il presidente Donald Trump terrà davanti al Congresso Usa. Per gli strategist di Ig "le aspettative mirerebbero a un annuncio del piano fiscale fenomenale anticipato dallo stesso inquilino della Casa Bianca qualche settimana fa. Altri dettagli potrebbero riguardare gli investimenti in infrastrutture tanto attesi dagli operatori, dopo le decisioni in materia di immigrazione e lavoro".
Il Sole 24 Ore
Quanto vale davvero Mts e perché, soprattutto, il mercato all’ingrosso dei titoli di Stato di Borsa italiana è così importante da rischiare di mandare all’aria la megafusione fra le Borse di Londra e di Francoforte? Una domanda simile è destinata a non avere purtroppo una risposta ben precisa, perché Lse group non fornisce lo spaccato dei dati disaggregati per ciascuna delle proprie controllate e perché, molto probabilmente, l’importanza strategica di Mts trascende le singole cifre di bilancio. Sotto il primo aspetto, di sicuro si sa che il mercato portato in dote alla fusione con Londra dalla Borsa milanese non è di per sé il «principale contributore» dei ricavi del gruppo Lse, ma ne rappresenta comunque una «proporzione significativa» in termini sia di fatturato che di redditività, come è stato ricordato nella nota diffusa dal board domenica sera. Dal punto di vista strettamente contabile, gli introiti di Mts finiscono nel «contenitore» degli utili realizzati dall’area Capital Markets (dove confluiscono però fra le varie voci anche i ricavi provenienti dall’equity della Borsa di Londra) e rappresentano circa un quarto delle entrate complessive a livello del gruppo: 330,3 milioni di sterline nel 2015 e 271,2 milioni nei primi 3 mesi del 2016 (data di aggiornamento più recente dei conti da parte del gruppo britannico).
Il Sole 24 Ore
Sabato scorso, a mercati chiusi, Warren Buffett ha diffuso il suo verbo pubblicando l’annuale lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway. Per gli appassionati del genere, da quelli che lavorano ai piani alti della finanza al semplice risparmiatore della domenica, la lettera dell’oracolo di Omaha è un must. Sorta di Vangelo dell’investitore. Da leggere e meditare. Per comprendere le ultime mosse, rubare qualche spunto qua e là e, perché no, sognare, di riuscire come lui - sorta di re Mida contemporaneo - a trasformare in oro tutto ciò che tocca. Nell’ultima missiva, lunga una quindicina di pagine, Buffett rivela che i ricavi della sua holding sono aumentati di circa il 15% nell’ultimo trimestre 2016. Da inizio anno Berkshire ha più che raddoppiato la quota in Apple: ora Buffett ha in portafoglio ben 133 milioni di azioni della Mela, per un valore di mercato di 18 miliardi di dollari più gli spiccioli.
Morningstar
Per i fondi azionari europei, il nuovo anno si è aperto in controtendenza rispetto al 2016. Secondo le statistiche Morningstar, a gennaio i flussi netti sono stati pari a 3,36 miliardi di euro. La fetta più grande (2,75 miliardi) è dei comparti a gestione attiva. L’anno scorso, questi ultimi avevano concluso con pesanti riscatti netti e gran parte della raccolta si era diretta verso i prodotti indicizzati. Possiamo parlare di un ritorno verso gli attivi? In realtà, è prematuro. Se aggiungiamo ai 61 milioni fluiti negli index fund, i 6,9 miliardi degli Etf (Exchange traded fund) azionari, si capisce come la componente passiva continui ad avere un ruolo importante nelle scelte degli investitori. 2016, la svolta. Per l’industria dei fondi europea, il 2016 ha rappresentato un anno di cambiamento nei rapporti tra i due approcci alla gestione. I flussi netti negli indicizzati sono stati pari a 77 miliardi (il dato include gli Etf), contro i 45 miliardi dei comparti a gestione attiva. La quota di mercato dei primi all’interno dell’universo dei fondi a lungo termine (esclusi i monetari) è cresciuta al 15,1% dal 13,8 di fine 2015. E’ ancor più significativo l’incremento per i soli comparti azionari: a fine 2016 rappresentavano il 25% del totale dei patrimonio allocato in prodotti equity
Morningstar
Nel corso del 2016, gli investitori interessati alla sostenibilità hanno “snobbato” gli Exchange traded funds. Secondo i dati di Morningstar, infatti, gli Etf classificati come “socialmente responsabili” (28 fondi disponibili in Europa, vedi tabella sotto) hanno raccolto l’anno scorso solo 1,1 miliardi di euro, sui 48 miliardi di raccolta netta totale segnata dai replicanti nel Vecchio continente (2,3% dei flussi). Al contrario di quanto avvenuto per i fondi aperti, la componente azionaria è di gran lunga quella che più ha pesato sui flussi, con gli Etf equity che hanno raccolto 767 milioni di euro nel corso del 2016, seguiti dai replicanti obbligazionari con 329 milioni. Ciononostante, il replicante che ha attirato i maggiori flussi l’anno scorso, staccando di molto gli altri Etf, è obbligazionario. L’iShares € Corp Bond Sustainability Screened 0-3yr UCITS ETF EUR, lanciato nel gennaio 2016, replica l’indice Barclays MSCI Euro Corporate 0-3 yr Sustainability ex Controversial Weapons
INCHIESTE
la Repubblica
O k, il prezzo non è giusto. L’atto finale dell’alzabandiera francese su Parmalat si consuma, come tutti i sei anni di gestione Lactalis, tra mille polemiche e con una guerra in Borsa il cui esito finale viaggia sul filo dell’incertezza. Il misterioso colosso caseario della famiglia Besnier (che in Francia non pubblica nemmeno i suoi bilanci) ha giocato la carta finale della scalata. H a lanciato un’Opa a 2,8 euro per azione sul 12% del capitale che ancora non controlla. Sembrava, numeri alla mano, una passeggiata. Anche perchè ai transalpini basta raccogliere appena il 2% dei titoli oggetto d’offerta per vincere la partita ko togliendo - come sognano da un lustro - l’ex-impero dei Tanzi dal listino. L’ultimo miglio della scalata a Collecchio rischia però di rivelarsi molto più impegnativo del previsto. Una pattuglia di agguerritissimi fondi guidati da Amber, la bestia nera di Lactalis, e dal decano dei fondi Usa Mario Gabelli si è messa di traverso sostenendo che il prezzo offerto è troppo basso. I sindaci della società, in un sussulto d’orgoglio last-minute , hanno contestato al management alcune operazione finanziarie destinate- hanno scritto - ad avvantaggiare il socio di maggioranza. Le banche d’affari hanno puntato il dito in tutti i loro studi più recenti sulla scarsa trasparenza della gestione francese
la Repubblica
«L’ unica volta che in Italia siete riusciti ad alzare barriere nazionalistiche fu quando dieci anni fa l’Air France era sul punto di comprare l’Alitalia. E credo che ve ne siate abbastanza pentiti», sorride Jean-Paul Fitoussi, decano degli economisti francesi, il guru di SciencesPo. «Perché, credetemi, il protezionismo è una tentazione strisciante assolutamente reciproca. Peraltro, nella maggior parte dei casi alla fine l’acquisizione cross-border va in porto». Ma è anche giusto che sia così, riflette Fitoussi: «Almeno per i merger transeuropei, se l’Europa fosse quello che tutti si augurano che sia, cioè un vero mercato aperto comune, dovrebbe essere impossibile alzare barriere a difesa». L’ultimo atto della vicenda Parmalat-Lactalis riapre ancora una volta lo spinoso capitolo dei rapporti italo-francesi, con i transalpini accusati di eccessiva arroganza e gli italiani apparentemente rassegnati al ruolo di vittime. «È naturale che chi è più forte, o si crede di esserlo, giochi il ruolo del più forte, e nel caso francese questo è facilitato dal fatto che molte aziende sono a partecipazione statale diretta o indiretta», spiega Brunello Rosa, Ceo del think-tank MacroGeo di Londra. «In fondo i tre grandi blocchi mondiali, Stati Uniti, Unione europea e Cina, tendono tutti ad alzare barriere intorno a loro. Operazioni come il Ttip erano nate proprio per superare questa tendenza: il problema sarà se con il nuovo presidente americano si farà il passo falso successivo, cioè queste barriere diventeranno veri e propri muri impenetrabili»
COMMENTI
la Repubblica — Marcello Esposito
È piuttosto insolito che una banca centrale si trovi behind the curve , cioè non in sintonia e in ritardo rispetto alle aspettative dei mercati sui tassi. In particolar modo se stiamo parlando della Bce di Mario Draghi, il governatore che nell’estate del 2012, sillabando tre sole parole, riuscì a domare la crisi dello spread. Eppure, sulla scorta dei dati di inflazione e crescita usciti degli ultimi mesi, i mercati si stanno convincendo che la banca sarà costretta a ridurre molto prima del previsto il Qe. Poco meno di tre mesi fa, la Bce ne aveva deciso una seconda estensione, da marzo 2017 a dicembre 2017. L’effetto di altri 540 miliardi di liquidità immessi in 9 mesi avrebbe dovuto concretizzarsi in un abbassamento dei tassi a lungo termine e degli spread. E’ accaduto esattamente il contrario. La ragione non sta solo nei rischi politici, peraltro una costante della vita economica europea, ma principalmente nella robustezza e nella diffusione dei segnali di ripresa in tutte le principali aree economiche, compresa la letargica penisola italiana. Chiaramente, solo i prossimi mesi potranno decretare se, come ha scritto la Bce sul suo ultimo Bollettino mensile, il balzo dell’inflazione sia un fenomeno temporaneo, destinato a rientrare con la stabilizzazione del prezzo del petrolio
Corriere della Sera — Daniele Manca
La decisione è stata presa. Lo Stato entrerà nelle banche. Sono passati due mesi dal via libera e segnali concreti in quella direzione non se ne sono visti. Bce e Commissione europea si sono affrettate a smentire divergenze sul piano di salvataggio del Monte dei Paschi. Divergenze legate al fatto che la prima, da istituzione vigilante vorrebbe più capitale possibile, la seconda meno capitale pubblico per evitare maggiori salassi sul contribuente. Contemporaneamente non sembra migliorare la situazione delle popolari venete, anch’esse pronte a ricevere eventuali iniezioni di fondi statali. Eppure non sembra percepirsi da parte dei vari protagonisti della vicenda quel senso di urgenza che aveva creato lo scorso anno pesanti scossoni sui mercati finanziari e nella politica italiana. Il fatto che, in diverse epoche in tutti i Paesi del mondo, sia stato necessario un intervento dello Stato sul credito è la storia a ricordarcelo. Da quello in Francia negli anni Ottanta, alla Svezia e Corea degli anni Novanta, fino ai più recenti interventi americani, inglesi, tedeschi e spagnoli. Ma la rapidità d’azione, e il fatto che non si tratta di colpi di spugna sul passato, sono fondamentali. Si ha la sensazione invece che ogni protagonista tenda più che a trovare soluzioni a preservare se stesso
Il Sole 24 Ore — Paolo Bricco
L’industria corre veloce. La politica segue. E si ispira correttamente alla prima. La politica industriale non è assistenzialismo. La politica industriale targata Ue – se declinata nella versione comunitaria autorevole e autonoma dai particolarismi nazionali– rappresenta una strategia. Non è una mano cieca che distribuisce soldi ai rottami industriali incapaci di navigare nei mercati internazionali. Esprime – a patto che non sia condizionata dalle pulsioni egemoniche di qualcuno degli Stati membri dell’Unione – una visione strategica e una prassi razionale di misure che servono a conferire solidità e forza innovativa alla base produttiva continentale, così che essa possa misurarsi con i concorrenti più aggressivi e spregiudicati, a partire dal capitalismo di Stato cinese e dalla manifattura americana stordita e esaltata dallo shock di Trump. Questo lo spirito e la sostanza di una linea tracciata insieme, a Bolzano e a Berlino, dalla Confindustria italiana e dalla tedesca Bdi.
La Voce — Francesco Daveri
Il negoziato in atto tra Roma e Bruxelles sui conti pubblici italiani si è arricchito di un altro capitolo. La Commissione europea ha pubblicato un rapporto di ventiquattro pagine in attuazione dell’articolo 126 del trattato che regola il funzionamento della UE. L’articolo 126(2) assegna alla Commissione il compito di monitorare il rispetto della disciplina fiscale da parte degli Stati membri dell’Unione sulla base dei “parametri di Maastricht”, secondo i quali il deficit pubblico deve rimanere al di sotto del 3 per cento del Pil e il debito pubblico al di sotto del 60 per cento del Pil o mostrare un soddisfacente avvicinamento verso tale valore. Se uno dei due criteri non viene rispettato, per l’articolo 126(3) del trattato, la Commissione scrive un rapporto che documenta il perché e il per come dello sforamento, in modo da istruire la pratica per un’eventuale procedura di infrazione per deficit eccessivo. Le ventiquattro pagine del rapporto della Commissione sull’Italia sono il primo passo della procedura, un cartellino giallo per il paese che ne è oggetto. Il rapporto riassume in poche tabelle i dati utili a valutare la coerenza dei conti pubblici italiani con i criteri di Maastricht (e gli altri vincoli sugli aspetti strutturali dei conti pubblici imposti dal Fiscal compact).
INTERNAZIONALE
The Washington Post
Most borrowers, whether they are purchasing property or refinancing their home, focus on their mortgage rate and loan terms rather than the type of lender they choose. Yet the landscape of the lending market has shifted dramatically over the past few years from domination by big banks to a market where more loans are made by non-banks — financial institutions that only make loans and do not offer deposit accounts such as a savings account or checking account. “For consumers, it doesn’t really matter whether you get your loan through a bank or a non-bank, although in some ways non-banks are a little more nimble and can offer more loan products,” says Paul Noring, a managing director of the financial-risk-management practice of Navigant Consulting in Washington. “The impact is bigger on the housing market overall, because without the non-banks we would be even further behind where we should be in terms of the number of transactions.”
Marketwatch
Deutsche Bank AG’s exchange-traded funds are enjoying a resurgence. The bank’s DB, +2.35% X-trackers ETFs took in $424 million December and January, the first monthly inflows in almost a year, according to fund research firm Morningstar Inc. One of Deutsche Bank’s specialties—currency-hedged ETFs that buy overseas companies—has attracted investors who are worried that the U.S. market is overheated but don’t want to risk the volatility of the currency markets. Or, as the firm billed the 2015 launch of its hedged Japan ETF, it’s “Japan Minus Yen.” “Currency hedging reduces the volatility of international investing,” said Fiona Bassett, managing director and head of the bank’s passive asset management division in the Americas.
Marketwatch
The zag lower in the U.S. Dollar Index during January made a lot of “fake news,” as if the rally in the greenback that began in 2014 was in trouble. It wasn't. Many reporters look for sound bites and extrapolate trends in linear fashion, but markets move in fits and starts and zigs and zags. If the zigs are bigger than the zags, we have a bullish trend, which is still very much alive and well in this case. The U.S. dollar DXY, -0.09% broke out above major resistance at 100 after the presidential election. In January, it pulled back to 100, as this chart shows. Traders like to say that resistance (at the 100 level in this case) becomes support. Keep in mind that points of support and resistance aren't precise numbers but areas around a number. While we did briefly trade under 100 for a few days, it was only marginal, which means 100 “held as support” in trading terminology.
Financial Times
The founder of payments group Worldpay is launching the UK’s first purpose-built clearing bank in nearly 200 years, opening up Britain’s payment systems so that other financial services companies can offer retail banking. Nick Ogden has set up Clear Bank to provide building societies, credit unions, other banks and fintech companies with access to all the major payment and card schemes, including Faster Payments, which allows people to send and receive money instantly online or through mobile. Mr Ogden, who sold Worldpay to Royal Bank of Scotland in 2002, said access to the systems and Clear Bank’s technology would allow companies to launch their own current accounts and provide customers with payment services such as debit cards. The launch is set to inject competition into the market, which has been dominated by the big four clearing banks — Barclays, HSBC, Lloyds Banking Group and RBS — since the 1960s.
TECNOLOGIA
Il Sole 24 Ore
Siamo entusiasti» dice Reed Hastings, ceo di Netflix, della storica vittoria del primo Oscar da parte di un servizio di video in streaming. A essere premiato è “The White Helmets”, un documentario breve dedicato ai soccorritori-eroi della Siria. Tocca a lui il keynote più importante del Mobile World Congress di Barcellona, dopo il triennio di Mark Zuckerberg di Facebook. Netflix viaggia verso i 100 milioni di abbonamenti nel mondo (e non è attivo in Cina), nell'ultimo trimestre 2016 ha registrato ricavi per 2,47 miliardi di dollari (+41%) e utili per 67 milioni. Secondo i dati di App Annie, nel 2016 l'utilizzo mondiale di app servizi streaming ha raggiunto 15 miliardi di ore, una crescita di due volte e mezzo rispetto al 2014. E qui nel tempio della tecnologia mobile si è presa uno spazio rilevante vista il crescente consumo di video sullo schermo dello smartphone, ormai di frequente oltre i 5 pollici con definizione da urlo.
la Repubblica
Una famiglia, quattro persone, quella tradizionale, che piace tanto alla pubblicità. Sono intorno a un tavolo, la televisione è accesa, in sottofondo; scambiano opinioni ma il loro sguardo non è rivolto alla tv: ognuno ha in mano un device, uno smartphone o un iPad, “hai visto questo video?” … “oggi è il compleanno di … gli hai fatto gli auguri. Meno male che c’è FB!?” “ti giro questa vignetta che mi hanno mandato su whatsapp” … La nostra vita sempre di più raccoglie, informazioni, stimoli, comunicazioni attraverso il mobile, eppure sembrerebbe che il marketing se ne sia appena accorto, i budget pubblicitari continuano ad essere investiti in pubblicità “per tutti” attraverso i canali “per tutti” e poi i residui … “Facciamo una bella campagna sui social” … che cosa questo significhi non è sempre chiarissimo. Cerchiamo di capire almeno dove “mirare” per avere una campagna efficace che si intrufoli nei discorsi della nostra famiglia tipo.
la Repubblica
M -dis lancia il servizio “Punti di Ritiro”, l’iniziativa che consente di ritirare i propri acquisti online presso le edicole. Dopo il successo della sperimentazione effettuata insieme a Ibs.it, primo partner aderente al progetto, su 400 edicole delle aree di Milano, Torino e Genova, il servizio Punto di Ritiro di m-dis Distribuzione Media è oggi attivo presso 2.000 edicole, e in espansione su tutto il territorio nazionale. M-dis è la società leader in Italia nella distribuzione di stampa quotidiana e periodica in edicola grazie a una logistica solida e efficace e una forte relazione con la rete vendita. Ibs.it, libreria italiana online, è la prima azienda ad entrare nel progetto e il primo sito di e-commerce che offre ai clienti questo nuovo servizio
la Repubblica
Il mercato italiano del libro nel 2016 cresce complessivamente (libri di carta, ebook e audiolibri) del 2,3 per cento, per un valore di 1,28 miliardi di euro. È quanto emerge dai dati resi noti dall’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) nei quali, per la prima volta, appare la stima del “peso” di Amazon in Italia che, per i libri fisici, è considerato di circa 120 milioni di euro. Il mercato del libro di carta cresce complessivamente dell’1,6%, gli e-book e gli audiolibri valgono 62 milioni di euro nel 2016, ovvero il 5,1% delle vendite trade (+21% sul 2015), e segnano un incremento del 2,3 per cento. Per quanto riguarda i canali, gli italiani continuano a comprare in libreria (72,8%, ovvero tre quarti degli acquisti), mentre la GDO è in grande difficoltà: pesa per il 10,7%, nel 2015 valeva il 13,9 per cento e nel 2010 il 16,3%
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