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USCITA DI MARTEDì 17 GENNAIO 2017
COVER STORY
Il Sole 24 Ore
due colossi dell’occhialeria a livello mondiale hanno deciso di dare vita alla seconda fusione cross border della storia in Europa. Nasce così un gruppo senza rivali nel settore a livello mondiale con più di 140mila dipendenti e vendite in oltre 150 Paesi. E i titoli in Borsa hanno festeggiato l’apertura delle contrattazioni con balzi a doppia cifra che poi sono andati a ridimensionarsi: Luxottica vola a Piazza Affari viaggiando attorno a 53,75 euro ad azione, mentre Essilor a Parigi è arrivata a segnare oltre il +12%.I numeri del nuovo gruppo Dall’operazione nasce «un player integrato dedicato alla cura della vista e a creare un’esperienza di livello superiore per il consumatore. Insieme, Essilor e Luxottica Group saranno in una posizione migliore per offrire una risposta ai bisogni relativi alla vista di 7,2 miliardi di persone, 2,5 miliardi delle quali non hanno ancora accesso a una correzione visiva» si legge nella nota del gruppo. Ma quali sono i numeri aggregati? I bilanci del 2016 non sono ancora stati diffusi, i valori aggregati del nuovo gruppo possono essere calcolati solo sull’anno precedente. Dopo il matrimonio il colosso dell’occhialeria, che avrà una capitalizzazione da 50 miliardi di euro, avrebbe ricavi netti 2015 per oltre 15 miliardi di euro e un margine operativo lordo (Ebitda) netto combinato di circa 3,5 miliardi di euro. Sulla base di un'analisi preliminare, il nuovo gruppo prevede di generare nel medio termine progressivamente sinergie di ricavi e di costi per un ammontare tra i 400 e i 600 milioni di euro, con un’accelerazione nel lungo termine.
il Fatto Quotidiano
Luxottica si unisce alla francese Essilor in un matrimonio che vale 50 miliardi di euro. E che promette di portare Oltralpe uno degli ultimi pezzi pregiati dell’imprenditoria nazionale. Sotto il profilo industriale, l’aggregazione che dà vita a EssilorLuxottica creerà un gigante dalle solide basi: l’intesa metterà infatti insieme un leader nelle lenti con il re dell’occhialeria in un connubio di cui ha tessuto le fila Mediobanca, istituto in cui i francesi hanno un ruolo di primo piano. Non a caso per il numero uno di Luxottica, Leonardo del Vecchio, l’accordo è “un sogno” che si realizza “dopo cinquant’anni di attesa”: le nozze porteranno alla nascita di “un player globale integrato” con una presenza in più di 150 paesi e 140mila collaboratori. L’intesa creerà un gigante con 15 miliardi di ricavi, 3,5 miliardi di margine operativo netto e la prospettiva di sinergie di ricavi e costi per un ammontare compreso fra i 400 e i 600 milioni. Un grande gruppo, insomma, delle cui potenzialità la Borsa ha preso atto premiando sia il titolo Luxottica che quello Essilor in vista di future sinergie in un mercato previsto in crescita del 2% fino al 2020.
Il Sole 24 Ore
Luxottica ed Essilor si fonderanno insieme, Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, sarà il primo azionista del nuovo gruppo, ma di fatto un’altra azienda italiana finisce sotto il capello della Francia. Tanto è vero che la stampa francese, con toni trionfalistici, ribadisce che uno dei gruppi più importanti dell’industria italiana diventa francese. Le Monde sottolinea che è Essilor a comprare Luxottica, dal momento che il gruppo lancerà un’offerta pubblica di scambio sulla società italiana di occhialeria e non il contrario. Insomma, scrive Le Monde, «nascerà una società di diritto francese, quotata a Parigi e con sede a Chareton, nella Val de Marne». Anche Les Echos parla di acquisto e punta l’indice sulla figura di Del Vecchio «simbolo del capitalismo italiano e dei suoi problemi», come la difficoltà a trovare un delfino che porti avanti l’azienda creata nel 1961, le dispute familiari, la moglie, Nicoletta Zampillo, che punterebbe a un ruolo chiave nel gruppo, e inoltre anche un contenzioso con il fisco, che si è di recente concluso con una transazione da 146 milioni di euro per dividendi percepiti nel 2006 in Lussemburgo. In più l’imprenditre aveva già pagato una multa per evasione fiscale nel 2009 da 300 milioni.
Milano Finanza
Piazza Affari continua a perdere grandi aziende. E' ora che si quotino brand di richiamo internazionale come Armani, Ferrero ed Esselunga. Pirelli, Italcementi e, infine, Luxottica: tre modalità differenti per studiare e definire la successione familiare in seno ad alcuni dei principali e storici gruppi italiani quotati a Piazza Affari. Il tutto, ovviamente, in attesa di capire come finirà la guerra di posizione tra Vincent Bolloré e Silvio Berlusconi su Mediaset. Dopo che, tra l'altro pure uno dei brand storici del made in Italy alimentare,...[...]
La Voce — Andrea Goldstein
Prima di consentire l’ingresso di Fincantieri in Stx France, Parigi intende definire alcuni paletti che sembrano confermare come i grandi gruppi italiani abbiano serie difficoltà nel penetrare il sancta sanctorum del capitalismo transalpino. Oltretutto, la vicenda si sviluppa mentre si moltiplicano le scorrerie francesi in Italia, da Vincent Bolloré e Xavier Niel alle voci su Axa-Generali, e pochi anni dopo operazioni come Lactalis-Parmalat e LVMH-Loro Piana, senza che Roma alzi le barricate. Sembra quasi che poco sia cambiato dai tempi di François I e della battaglia di Melegnano (Marignan in francese). In effetti, i legami capitalistici franco-italiani sono abbastanza disequilibrati. A seconda della fonte, i lavoratori italiani con un datore di lavoro francese sono 251mila (per l’Istat) o 204mila (per l’Insee, l’Istat francese), ma in ogni caso molti di più dei francesi che lavorano per un padrone italiano (che in ogni caso non sono certo pochi, rispettivamente 85mila o 98mila). Il risultato è che alla Francia corrisponde più di un quinto dell’occupazione straniera in Italia, al Belpaese meno di un ventesimo di quella estera in Francia.
Il Sole 24 Ore
Tutti i marchi dell'operazione Luxottica-Essilor (fotogallery)
ECONOMIA & FINANZA
Milano Finanza
L'Italia ha perso l'ultima A, ma l'impatto sulle banche italiane non sarà sconvolgente. Questa l'opinione degli esperti di Ubs che hanno commentato le implicazioni del downgrade di venerdì scorso sulla Penisola da parte dell'agenzia di rating canadese Dbrs. Nel dettaglio, gli economisti di Toronto hanno tagliato il giudizio sul Paese da A (low) a BBB (high), una valutazione assegnata a causa di "una combinazione di fattori, incluse l'incertezza sulla capacità politica di realizzare le riforme strutturali e la persistente debolezza del sistema bancario, in un periodo di crescita fragile". L'abbassamento risulta cruciale poiché impatterà gli sconti applicati ai titoli di Stato italiani usati come collaterali dalle banche nelle loro operazioni di finanziamento con la Banca centrale europea. Tali sconti sono, infatti, calcolati sulla base del "best available rating", ossia del più alto rating conferito a un emittente di debito che, per l'Italia, risultava appunto quello di Dbrs dopo i downgrade di S&P (BBB-), Moody's (Baa2) e Fitch (BBB+).
Milano Finanza
La Banca popolare Emilia Romagna resta, tra le banche di media grandezza italiane, la best pick di Mediobanca Securities e di Goldman Sachs. La prima banca d'affari ha aumentato oggi il target price sul titolo da 4,8 euro a 6,3 euro, ribadendo il rating outperform, dopo aver rivisto la valutazione della somma delle parti stimata per il 2017. Per tener conto del minor costo del capitale ha incrementato il prezzo obiettivo su Bper , da 5,1 a 6,7 euro, anche Goldman Sachs, confermando il titolo nella sua conviction buy list. "Crediamo che il titolo recupererà rispetto ai competitor visto che il prezzo dell'azione è stato relativamente piatto da inizio dell'anno con un aumento del 5% contro il 30% circa di Ubi e il 20% circa di Banco Bpm ", hanno osservato gli analisti di Mediobanca
La Stampa
Una maximulta da 4,6 milioni di euro. È quella recapitata dalla Consob a oltre trenta tra ex amministratori, sindaci e manager di Veneto Banca. La comunicazione della sanzione è avvenuta nei giorni tra Natale e Capodanno ed è relativa alle dinamiche dell’aumento di capitale da 500 milioni effettuato nel 2014 dall’istituto di Montebelluna nonché a una serie di irregolarità emerse nel corso di una lunga ispezione della Commissione terminata solo nel marzo dello scorso anno (abbonamento)
la Repubblica
L’ aggiornamento del piano industriale entro la fine di febbraio, l’accordo per la cessione del primo miliardo di crediti deteriorati entro la fine di marzo, al più tardi l’inizio di aprile. Carige sa che il primo trimestre dell’anno sarà fondamentale per capire il suo futuro e per questo non intende sbagliare una sola mossa. Il dialogo con Bce, che non è mai venuto meno ma a un certo punto ha dato l’impressione di camminare su opposte direzioni, è ripartito. La banca dei liguri, di fronte alle prime bozze di analisi arrivate da Francoforte, che invitavano ad aumentare le coperture sui “non performing loans” e indicavano la fine di gennaio come data ultima per rivedere il piano industriale, ha rilanciato chiedendo una “rimodulazione” delle coperture (a seconda del livello di rischio) e un allungamento dei tempi sulla redazione del nuovo piano. E la Bce ha accolto queste indicazioni. Un segnale importante che certo non consente ai vertici di Carige di considerarsi fuori dai problemi. Anzi, come ha spiegato a Repubblica il vicepresidente e principale azionista di Banca Carige, Vittorio Malacalza, tutto il 2017 sarà speso con l’unico obiettivo di proseguire il risanamento e impostare lo sviluppo
la Repubblica
L a “caccia al socio” è in pieno svolgimento. In teoria c’è tempo fino alla fine di aprile 2018 per costituire il nuovo assetto del mondo delle banche cooperative, con le holding- capogruppo e le singole Bcc associate, sulla base del contratto di coesione. Ma su questo orizzonte proiettato in avanti nel tempo è intervenuta, una decina di giorni fa, la Banca d’Italia, con l’obiettivo chiarissimo di non perdere tempo. Con una comunicazione indirizzata alle singole Bcc e alle potenziali capogruppo il quadro che si prospetta ne vede due, più il gruppo provinciale di Bolzano - l’istituto di vigilanza ha messo due paletti. Il primo è fissato per la fine del mese, quando chi vuole costituirsi come capogruppo deve avanzare le relative candidature (comprensive anche dei piani per la trasformazione e il rispetto di tutti i requisiti, a partire da quelli patrimoniali, indicati dalla riforma). Il secondo termine è rivolto direttamente alle Bcc, cui si chiede di esprimersi con l’assemblea di approvazione del bilancio 2016 (quindi, facendo votare i soci) a quale gruppo intendano aderire. Trattandosi di una “comunicazione” della Banca d’Italia, in teoria sia le une sia le altre potrebbero sottrarsi alla richiesta - non sono previste sanzioni e i termini di legge sono ben più in avanti nel tempo - ma è probabile che tutti aderiscano alla richiesta
la Repubblica
Q uando, nei giorni scorsi, è stato chiaro che Ubi pagherà per tre delle quattro banche salvate (Banca Marche, Etruria, CariChieti) soltanto 1 euro, qualcuno, e non soltanto a Parma, è saltato sulla sedia. Per quale motivo, infatti, sarebbe stata rifiutata soltanto poco tempo fa l’offerta, ben più consistente di 1 euro, presentata da Crédit Agricole-Cariparma per le tre banche romagnole (Carim, Cariferrara e Caricesena), che versano in situazioni complessivamente non migliori delle tre good bank ormai ripulite? Questa offerta - non ufficiale, non formalizzata e non vincolante - era stata presentata perché da parte della Banca d’Italia era stato chiesto agli istituti sani di intervenire laddove possibile. Giampiero Maioli, emiliano, responsabile del Crédit Agricole in Italia, d’accordo con i vertici del gruppo francese, aveva fatto quattro conti e, sebbene i pezzi più interessanti fossero soltanto la Carim e Caricesena, si sarebbe impegnato su tutte e tre (compresa quindi Cariferrara, stremata da tre anni di amministrazione straordinaria, durante i quali si sono persi i due terzi dei depositi). Di cifre vere e proprie ne sono circolate poche finora; l’ipotesi più accreditata è che l’offerta di Crédit Agricole fosse superiore ai 200 milioni. Una buona metà sarebbe andata al Fondo volontario di tutela dei depositi, che oggi detiene la maggioranza delle azioni di Caricesena e un’altra metà sarebbe servita a ricapitalizzare Carim, l’istituto di Rimini. “Zero” invece per Cariferrara, che probabilmente vale già meno di zero
la Repubblica
La festa è appena cominciata ed è già finita. Appena un anno e mezzo fa la parte nord del Torinese aveva di nuovo una banca di credito cooperativo tutta sua, grazie alla nascita di Rivabanca, micro-istituto con sede principale a Rivarolo Canavese. L’avventura, però, è giunta al termine: il nuovo credito cooperativo rischia di non avere più i parametri per poter stare da solo e dunque di doversi accorpare. Ecco perché nei prossimi mesi il piccolo istituto con appena due sportelli confluirà con tutta probabilità nella Banca d’Alba, proprio come già accaduto alla Banca del Canavese, l’altra Bcc un tempo attiva nell’area.
la Repubblica
C artolarizzazione senza cessione. È la proposta per gli Npl della Swiss Merchant Corporation, boutique di corporate finance con uffici a Lugano e Milano. «Stiamo portando la nostra proposta a molte banche in crisi, compresa Mps ora che è uscito di scena il fondo Atlante», spiega Francesco Caputo Nassetti, una lunga esperienza da capo della rete estera della Comit nonché vicedirettore generale di Intesa, docente di diritto bancario prima alla Bocconi e ora a Ferrara, dal gennaio 2015 Ceo della Smc. «Anziché vendere gli Npl - spiega Caputo Nassetti - la banca in crisi i soldi li riceve in prestito, dando come garanzia i fondi che si riusciranno a recuperare, operazione che dovrà sempre essere affidata a società specializzate mentre per noi propongo un ruolo di advisor
la Repubblica
LA CORSA di Vivendi alla conquista di Mediaset sembra finita in un cul de sac. La scalata si trova davanti un muro difficile da superare: la legge Gasparri e l'Authority delle comunicazioni. Ci sono quattro parole che costituiscono la vera barriera: abuso di posizione dominante. L'Agcom, infatti, dal 21 dicembre scorso ha avviato una "verifica" sul rastrellamento effettuato in Borsa delle azioni delle tv berlusconiane. Le conclusioni ci saranno il 21 aprile. Ma i lavori preliminari svolti dai quattro commissari hanno già offerto alcuni punti fermi: il primo di questi è che una eventuale Opa (Offerta pubblica d'acquisto) di Vivendi non sarebbe giuridicamente accettabile. Sostanzialmente, l'azienda francese non può andare oltre quel 30% che la colloca come secondo azionista di Mediaset, dietro Fininvest. Bisogna però andare per ordine. Lo scorso 12 dicembre, dopo una vera e propria battaglia sul contratto che le due aziende avevano sottoscritto per l'acquisizione di Mediaset Premium, Vivendi ha iniziato a comprare sul mercato i titoli del Biscione. In pochi giorni è salita dal 3 per cento al 30 per cento. Un investimento corposo: quasi 1,2 miliardi. Il prezzo in appena nove giorni è praticamente raddoppiato: è passato da 2,71 euro a 4,57. Bolloré ha fermato il suo shopping prima di Natale per non incorrere in un altro obbligo di legge: per superare la soglia del 30 per cento avrebbe dovuto lanciare formalmente un'Opa.
la Repubblica
L a Fininvest di Silvio Berlusconi è arrivata, complice Vincent Bolloré, alla madre di tutte le battaglie: quella in cui dovrà decidere quale sarà il suo futuro. Il tema, a dire il vero, si era già posto qualche anno fa. Quando Rupert Murdoch, correva l’anno 1999, aveva offerto 7mila miliardi di vecchie lire per comprare Mediaset, più o meno il valore del gruppo nei giorni precedenti la scalata di Vivendi. Diciotto anni fa l’ex-premier – convinto da Marina e Piersilvio – non aveva avuto dubbi. E tra l’ipotesi di continuare a occuparsi di tv o di campare di rendita vita natural durante grazie all’assegno del tycoon australiano, aveva respinto l’offerta al mittente. Oggi il Biscione e i Berlusconi si ritrovano nella stessa situazione. I l diavolo tentatore, questa volta, è il raider bretone che non è certo andato troppo per il sottile. Prima ha usato le buone, convincendo Mediaset a uno scambio azionario con la scusa del salvataggio di Premium. Poi - approfittando dei dissapori sul valore della pay-tv - ha gettato la maschera rastrellando a Piazza Affari il 29,9% di Cologno. Ora la famiglia di Arcore ha davanti tre strade: la prima, impervia, è mettere l’elmetto e scendere in trincea difendendo, costi quel che costi, il cuore televisivo dell’impero di casa. La seconda – la soluzione che la Borsa dà per più probabile - è venire a patti con Bolloré. Sapendo che in ogni caso, vista la sproporzione di forze finanziarie in campo, sarà necessario fargli importanti concessioni
la Repubblica
M ediaset chiede a Vivendi 1,5 miliardi di danni per la mancata vendita di Mediaset Premium, Vivendi risponde rastrellando circa 1,5 miliardi di euro in azioni pari a un terzo del capitale. Questi i fatti e ora gli investitori si interrogano se al di là delle reazioni di pancia nella guerra tra le famiglie Berlusconi - Bollorè, alla fine l’unione tra i due gruppi riuscirà o meno a creare sinergie tali da giustificare i 5 miliardi che Vivendi ha investito in Italia. L’idea che emerge dai report, è che un’intesa Vivendi-Mediaset faccia più comodo al core business di Mediaset e alla sua tv a pagamento, che a quello di Vivendi, che aggiunge un’attività diversa e complicata come il free to air, alle sue già ampie attività nella musica nei giochi e nella telefonia. Ma il gruppo di Cologno che su altre basi aveva sollecitato in aprile un’alleanza con i francesi nella pay tv, pare determinato ad andare avanti per la sua strada, cercando se del caso alleanze molto lontane dall’universo Bollorè. Mediaset pare convinta di poter andare avanti da sola - anche con un socio ingombrante nel capitale ed è per questo che il 18 gennaio a Londra Pier Silvio Berlusconi presenterà ai broker la nuova strategia, e poi partirà per un road show con i grandi investitori, padroni di quel 10-12% di Mediaset che potrebbe fare la differenza in assemblea. C’è di buono che ora dopo anni duri il mercato è tornato a crescere. Nielsen calcola che tra gennaio e settembre 2016 la raccolta Tv sia salita del 7%, contro il +2,5% del mercato tricolore
AFFARI PERSONALI
Milano Finanza
A piazza Affari generale deolezza del comparto bancario. Si sono deprezzate Banco Bpm (-2,52%), Ubi Banca (-2,96%), Intesa Sanpaolo (-1,87%), Mediobanca (-0,37%) e Bper (-0,94%). Giù anche Unicredit (-1,95%), unica italiana in un consorzio di sette banche europee a firmare a Bruxelles un memorandum of understanding per lo sviluppo di servizi di pagamento basati su una piattaforma condivisa finalizzata a semplificare le transazioni commerciali delle piccole e medie imprese. Gli istituti collaboreranno allo sviluppo e alla commercializzazione di un nuovo prodotto, chiamato Digital Trade Chain, che consentirà ai clienti autorizzati di tracciare e perfezionare le transazioni in maniera sicura e veloce in modalità paperless.
Morningstar
L’industria europea degli Exchange traded fund (Etf) ha attratto 11,5 miliardi di euro di nuovi flussi nel quarto trimestre, portando il saldo del 2016 a +47,9 miliardi. Il patrimonio è passato dai 466 miliardi del 2015 a 546 miliardi. Per gli azionari, l’ultimo periodo dell’anno ha segnato un punto di svolta, permettendogli di chiudere con una raccolta netta positiva di 13,6 miliardi (365 miliardi di asset under management), grazie in particolare ai fondi indicizzati al mercato americano, mentre gli emergenti hanno subito una battuta di arresto dopo le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Gli obbligazionari hanno subito deflussi netti pari a 2,5 miliardi nel quarto trimestre. Nonostante questo risultato, il 2016 è di successo per questa asset class che ha raccolto 20,6 miliardi, accrescendo la quota di mercato al 24,1% dal 22,6% del 2015. Gli Etc (Exchange traded commodity) hanno segnato flussi netti per 0,9 miliardi nel quarto trimestre, portando il totale da inizio anno a +12 miliardi. Gli asset in gestione ammontano a 43 miliardi (+28 miliardi a fine 2015).
la Repubblica
I L 22 novembre l’impact investing ha fatto il suo debutto in Piazza Affari: Investimenti sostenibili Lifegate è stato il primo a quotarsi in Borsa italiaa, un Etf nato dalla collaborazione tra Sella Gestioni Sgr e LIfeGate. Investe in strumenti che generano un impatto positivo sull’ambiente e la società, grazie a iniziative di edilizia, agricoltura e alimentazione mirate ma anche di accesso alla finanza sostenibile. «Si sono finalmente create le condizioni di mercato», ha dichiarato alla quotazione del fondo Nicola Trivelli, Ceo di Sella gestioni. «La sensibilità degli italiani verso investimenti sostenibili è in forte crescita», ha ribadito Enea Roweda, Ceo di Life Gate. Esg, così si chiamano questi prodotti in breve, per la loro attenzione a tre fattori: environmental social e governance. La loro diffusione ha visto nascere un nuovo fattore di valutazione, tra il ritorno e il rischio, i due parametri finora utilizzati: l’impatto. Impact investing è il tema che ha occupato la copertina dell’Economist di due settimane fa, un segno chiaro della svolta sostenibile che sta vivendo il mondo della finanza. Il numero dei fondi sostenibili sta in effetti crescendo, come provano i dati raccolti da Morningstar
INCHIESTE
Il Sole 24 Ore
Bastano i primi 8 ‘Paperoni’ del pianeta per fare la ricchezza dei 3,6 miliardi più poveri. E’ quanto calcola il rapporto Oxfam – la ong britannica attenta all’economia sociale – che conferma il dato che emerge dal 2015: l’1% dei più facoltosi al mondo possiede quanto il restante 99%. In un contesto di crescenti contrasti la ricchezza cumulata da un’esigua minoranza di super ricchi sta crescendo a dismisura tanto che, con questo ritmo, tra 25 anni potremmo trovarsi di fronte al primo ‘trillionario’, con una ricchezza superiore ai 1.000 miliardi di dollari.
Il Sole 24 Ore
Frena l'Italia, in controtendenza rispetto a un'economia mondiale in ripresa. Il nostro Paese è l'unico fra le grandi economie avanzate per il quale il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime di crescita per quest'anno e il prossimo, nell'aggiornamento del “World Economic Outlook”. L'economia italiana crescerà, secondo l'Fmi, dello 0,7% nel 2017 (dopo lo 0,9% dell'anno scorso), con una riduzione nelle previsioni dello 0,2% rispetto all'ottobre scorso, e dello 0,8% nel 2018, con un taglio dello 0,3% rispetto alle stime precedenti. Ritocco al rialzo per le economie avanzate Il quadro mondiale prevede una crescita invariata dalle previsioni di ottobre, del 3,4% quest'anno e del 3,6% il prossimo, ma con un ritocco al rialzo per le economie avanzate nel loro complesso, per effetto di una seconda metà del 2016 che è andata meglio delle attese e dell'aspettativa di uno stimolo di bilancio da parte del nuovo Governo negli Stati Uniti. «Il panorama economico globale – ha detto il capo economista dell'Fmi, Maurice Obstfeld, nel presentare il documento – ha cominciato a cambiare nella seconda metà del 2016. È più probabile che si realizzino le nostre previsioni di ripresa mondiale. Ma l'incertezza è aumentata»
Il Sole 24 Ore
Pessimismo in crescita nei Ceo italiani sull'andamento dell'economia mondiale in controtendenza rispetto al dato globale. Dopo tre anni di crescita cala infatti la fiducia dei Ceo italiani sulle prospettive delle loro aziende a 12 e 36 mesi. È quanto emerge dalla 20° Annual Global CEO Survey di PwC, “Preparare il tuo team: temi di riflessione per la crescita in un futuro digitale”, che fotografa il livello di fiducia nello sviluppo globale e del proprio business di oltre 1.400 Ceo in 83 Paesi, presentata come di consueto agli operatori e agli imprenditori alla vigilia del World Economic Forum di Davos (Svizzera). Economia globale. Poco più di un quarto dei Ceo (29%) ritiene che l'economia globale migliorerà nei prossimi 12 mesi, in aumento di 2 punti rispetto allo scorso anno. I Ceo italiani invece sono tra i più pessimisti sulla crescita globale: il 36% si attende una ripresa nel 2017, in forte calo rispetto al 55% del 2016.
COMMENTI
la Repubblica — Marco Panara
Il populismo è contagioso, e quello bancario trova udienza anche nell’Abi, nel governo e nel Pd. C’è una strana voglia di esporre liste di nomi al pubblico ludibrio, che è un preciso segnale del declino della qualità della nostra società. In questo caso in più c’è il fatto che i nomi che si vorrebbe esporre, quelli dei debitori, sono quelli sbagliati. Quelli giusti non c’è bisogno di metterli in una pubblica lista perchè già li sappiamo, sono quelli dei banchieri (presidenti, consiglieri di amministrazione, amministratori delegati, direttori generali) che per insipienza, subalternità ad altri poteri, malizia personale hanno fatto male il loro mestiere che consiste primariamente nel saper valutare il merito di credito. È un mestiere difficile, e infatti sono pagati molto (in realtà troppo e anche scandalosamente quando i risultati che producono sono negativi), e delicatissimo per almeno due ragioni: la prima è che i banchieri impiegano soldi dei depositanti che sono loro fiduciariamente affidati; la seconda è che dall’equilibrio tra la loro prudenza nell’affidare persone e imprese e il loro coraggio nel sostenere progetti dipende in buona parte lo sviluppo dell’economia. È evidente che molti banchieri hanno fatto male il loro mestiere, non solo in Italia visto che tra Europa e Stati Uniti le banche hanno bruciato migliaia di miliardi. In Italia in particolare lo hanno fatto male nella componente centrale della loro attività, e cioè prestare denaro all’economia reale. Poichè prestare denaro è sempre un rischio, la misura della qualità di un banchiere non è il fatto di non avere insolvenze ma di averle in misura fisiologica e sostenibile. La lunga crisi ci ha messo del suo e per parecchi anni quella misura fisiologica è diventata più alta, ma poichè non tutte le banche - anzi poche - sono state piegate dalla crisi, vuol dire che si poteva essere bravi banchieri anche in questi frangenti. Poichè però le crisi bancarie hanno effetti anche sulle economie è da circa ventanni, con Basilea Due, che sono stati costruiti i modelli interni di valutazione del rischio, che i banchieri dovrebbero applicare (e la vigilanza verificare che li applichino) e che, richiedendo maggiori requisiti di capitale per i rischi più elevati, dovrebbero contenere l’eventuale imprudenza dei banchieri. La situazione di Mps e delle altre banche in crisi fa venire il dubbio che quei modelli non siano stati applicati (e la vigilanza non se ne sia accorta), oppure sono stati applicati e allora l’evidenza ci dice che non funzionano
Il Sole 24 Ore — Donato Masciandaro
Quali sono le prospettive delle politiche monetarie nei maggiori Paesi avanzati per il 2017? C'è una previsione facile e una difficile. La previsione facile è che i banchieri centrali responsabili per le tre maggiori valute – dollaro, euro e sterlina – saranno in trincea, sottoposti a pressioni da parte dei politici, che sarebbero state inconcepibili fino a qualche anno fa. Verrà risparmiata solo la Banca centrale giapponese, ma solo perché lì il banchiere centrale sta facendo esattamente quello che vuole il governo in carica. La previsione difficile è dire quali saranno gli effetti, in termini di stabilità nella dinamica di tassi e valute.Le ragioni che spiegano la previsione facile sono semplici, se si mette in chiaro come è profondamente cambiato negli ultimi anni lo scacchiere istituzionale in cui si muovono le banche centrali, e che definiva il sistema dei rapporti tra le tecnocrazie monetarie da un lato, e i politici e la finanza dall'altro. Lo spartiacque è stata la Grande crisi del 2008.
INTERNAZIONALE
The New York Times
LONDON — The Bank of England remains ready to protect economic growth in the face of pressures caused by Britain's departure from the European Union, the central bank's top executive said Monday as investors waited for the country's prime minister to lay out her vision for Brexit. The bank's Monetary Policy Committee has the discretion to balance its legally mandated goal of controlling inflation against the need for economic stability, Governor Mark Carney said in a speech at the London School of Economics. "In exceptional circumstances, trade-offs between real stability and inflation can arise that monetary policy is required to balance," Carney said. "This is now the case, given the decision of the people of the United Kingdom to leave the EU."
The Wall Street Journal
An epoch of exceptional monetary stimulus is drawing to a close. Central banks have exhausted themselves in their efforts to spur economic growth with low—even negative—short-term interest rates and bond-purchase programs meant to drive financial-asset prices higher. Now, a range of forces—including political blowback, whiffs of inflation, stirrings of fiscal stimulus, receding unemployment and worries that the policies themselves may backfire—are pressing them to push short-term interest rates no lower. The Federal Reserve is the first mover in this shift. It has nudged up short-term interest rates in two quarter-percentage-point increments in a little more than a year and penciled in three more moves in 2017. If all goes according to plan, its benchmark interest rate will rest at 1.375% by year-end, a level not seen in the U.S. since before Lehman Brothers collapsed in September 2008.
Marketwatch
Deutsche Bank AG told employees Friday that it is curtailing their use of electronic-messaging via mobile phones, including barring the use of texting for business purposes except on approved systems the bank can monitor and record. In a memo to employees, senior executives said that as of this quarter, employees must disable other text-messaging applications on work phones. Unapproved messaging applications such as WhatsApp and Google Talk can't be used for business purposes, including on personal phones, according to the note. "We fully understand that the deactivation will change your day-to-day work and we regret any inconvenience this may cause," the memo stated. "However, this step is necessary to ensure Deutsche Bank continues to comply with regulatory and legal requirements."
Marketwatch
Exchange-traded funds tied to the financial sector rallied on Friday, with the largest nearing its highest level in almost nine years on the back of a pair of strong results in the space. The Financial Select Sector SPDR ETF XLF, +0.56% rose 1.6%, and was within striking distance of a new 52-week high, which would also represent its highest level since early 2008—before the severity of the financial crisis would be known. The SPDR S&P Bank ETF KBE, +1.11% climbed 2.1% on Friday, and was also near its highest levels since 2008.
The Verge
Today, Norton announced a new approach to the problem: building a better router. Arriving this summer, the Norton Core is pitched as a single device that will keep your smart things in line. Instead of trying to secure devices one by one, the Core solves the problem at the network level, using the router as a hub to monitor traffic from every device at once. Your thermostat likely doesn’t have the processor power to run robust malware checks, but the Core does, and since it sits between the devices and the wider internet, it also has the power to block and quarantine devices as soon as something fishy turns up. In hardware terms, the Core is basically a high-performance router in a cool-looking shell. It has a dual-core processor to power those virus scans, and dual-band antenna to support up to 2.5 Gbps of bandwidth. It’s not an out-of-the-box mesh system, like Google Wifi or Eero, but it does share some of the aesthetic properties and smartphone-based controls as those systems. I didn’t get the chance to test the Core rigorously, so it’s hard to say how it stacks up on delivering bandwidth, but at $279 for a single unit (or $199 on preorder), you won’t be paying too much extra for the security features. Those high-performance specs also mean the Core has enough processor power to run robust internal security checks and automatically download patches, making the device itself significantly less vulnerable.
TECNOLOGIA
Il Sole 24 Ore
E' un dominio americano. Il “The Most Innovative Companies 2016” di The Boston Consulting Group, lo studio che ogni anno fa il punto sulle aziende più innovative, è avaro con l'Europa. E se Apple consolida il suo primato per il dodicesimo anno consecutivo, per trovare la prima azienda europea occorre scorrere la classifica fino all'undicesimo posto, dove si posiziona la tedesca Bayer. La ricerca è stata condotta a livello globale intervistando più di 1.500 capi d'azienda provenienti da diversi settori e combinando le risposte con i risultati finanziari delle società indicate negli ultimi tre anni. Una classifica geograficamente variegata quella di questa edizione con 34 società statunitensi, 10 europee, 6 asiatiche. È Apple, dicevamo, la regina. A farle compagnia sul podio Google e Tesla, con l'azienda di Elon Musk che conferma progressi notevoli in fatto di innovazione. Scorrendo la classifica c'è Microsoft, stabile al quarto posto, seguita da Amazon, che fa un balzo di 4 posizioni e entra nella top five. Netflix e Facebook irrompono nelle prime dieci guadagnando rispettivamente 15 e 19 posti. Il dominio della Silicon Valley, insomma, è abbastanza evidente.
Il Sole 24 Ore
Rendere la casa “smart”, programmabile e personalizzabile. L'idea di casa digitale secondo Nest, la startup fondata nel 2010 dagli ex Apple Tony Fadell (il papà dell'iPod) e Matt Rogers (attuale Chief Product Officer dell'azienda) ed acquistata quattro anni più tardi da Google per 3,2 miliardi di dollari, va molto oltre il concetto di un ambiente popolato di oggetti e dispositivi connessi. E il lancio sul mercato italiano (oltre che in Austria, Germania e Spagna) di alcuni dei suoi prodotti a catalogo (termostato, telecamera indoor e outdoor, già disponibili in pre-ordine su possono già essere preordinati su Amazon.it, Media World ed ePrice e in consegna a partire da metà febbraio) è stata l'occasione per ribadire un concetto molto caro ai fondatori. E cioè quello di una casa intelligente che si prenda cura delle persone. Risparmiando energia e aumentando la sicurezza di chi la abita.
la Repubblica
I FILTRI anti-bufale di Facebook sono pronti al varo. E secondo una indiscrezione del Financial Times, poi confermata dal social, i tedeschi saranno i primi a testarne le capacità al di fuori degli Stati Uniti. Una scelta non casuale, che ambisce a essere tempestiva, dato che alla fine di quest'anno in Germania si terranno le attese elezioni federali. Così Fb spera di mettere gli utenti teutonici in guardia dalle notizie false che da tempo stanno circolando tanto sia sul network di Mark Zuckerberg che su siti esterni.
La Stampa
Tencent, l’azienda che ha creato il super social network WeChat, 840 milioni di utenti attivi su una piattaforma che ingloba e sostituisce tutti i social network che conosciamo, ha lanciato i «mini programmi». Si tratta di una serie di app su cloud che gli utenti possono usare senza dover scaricare nessun software, un po’ vsul modello delle Instant App di Android . L’idea è la stessa che ha trasformato WeChat da essere semplicemente una risposta cinese a WhatsApp a una sorta di coltellino svizzero della telefonia mobile: fare in modo che gli utenti non sentano più la necessità di uscire dall’applicazione. Già oggi, il 35 per cento del tempo passato online dai suoi utenti è sulla sua piattaforma. Attraverso WeChat si può fare shopping, comprare un biglietto del treno o prenotare un albergo. Ha un portafoglio con cui si può spedire e ricevere denaro. Lo si può usare per pagare qualsiasi cosa, dalla pera comprata al fruttivendolo sotto casa alla bolletta del gas. Senza uscire dall’applicazione si può ordinare del cibo, chiamare e pagare un taxi, comprare un biglietto del cinema o semplicemente condividere foto e link con i propri amici. Ora, dal 9 gennaio, è anche possibile utilizzare le applicazioni fornite da Apple e Google senza doverle scaricare dai loro «store».
la Repubblica
UN MILIONE e 103 italiani hanno superato le forche caudine della non semplicissima procedura di attivazione e si sono dotati di SPID. Il Sistema Pubblico per l'Identità Digitale permette di accedere a numerosi servizi online della Pubblica Amministrazione grazie al PIN unico, cioè sempre gli stessi user e password. Un traguardo impensabile, se si pensa che a settembre gli SPID rilasciati erano soltanto 90mila, ma comunque lontano dagli auspici del governo, che prevedeva 3 milioni di identità digitali entro la fine del 2016. Comunque un successo, determinato soprattutto dall'obbligo - per docenti e neo diciottenni - di dotarsi di SPID per poter usufruire dei bonus cultura. E una conferma: se ci sono incentivi concreti, anche i più riottosi si danno una mossa. Ovviamente dotarsi di identità digitale ha senso perché presto - entro il 2017 dice sempre il Governo - tutti (ma proprio tutti) i servizi erogati dalla miriade di enti pubblici saranno accessibili tramite SPID.
La Stampa
Anno nuovo, vecchie abitudini: se Netflix vi ha regalato delle belle serate di binge watching perché rinunciarci nel 2017? Non c’è alcun motivo e, anzi, è arrivato il momento di imparare qualche trucco per sfruttare al meglio il proprio account. Perché Netflix è bello ma non è perfetto e qualche trucco per usarlo al massimo delle sue potenzialità non fa mai male. Scegliere il film giusto è tutt’altro che facile. E poi siamo sicuri che cinema e serie tv si possano dividere solo in una manciata di misere categorie? Ok, ci sono le commedie, i film d’azione, i drammi, la fantascienza ma non è abbastanza. Netflix non solo lo sa ma è proprio grazie a categorie molto più dettagliate che ci propone quelli che pensa possano essere film adatti a noi: incrociando le informazioni su quelli che abbiamo già visto. Queste stesse informazioni formano una lista di categorie molto più interessante di quella a ccessibile dalla home : si va dai film muti ai drammi legati a problematiche di tipo socio-economico (#truestory).
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