SOMMARIO
Non più del 5-8% dei propri risparmi. E con acquisti scaglionati nel tempo. Questa è una formula per pensare di sconfiggere la crisi giocando all'attacco. Indonesia, Messico, Turchia e Egitto. Ma anche Colombia, Bahrein, Ghana sono i paesi su cui puntare. Of vi dice quali sono i rischi
Contro la crisi investire nei mercati di frontiera. Ecco dove (e quanto)
La crisi del debito greco mette in crisi i listini di tutto il mondo ed è probabile che le turbolenze sui mercati - sia azionari che obbligazionari - si accentueranno nel corso delle prossime settimane e dei prossimi mesi, complice anche la fragilità della ripresa economica statunitense.
Ecco perché un modo per sfuggire, almeno temporaneamente, alle insidie del presente consiste nel guardare lontano. Nel puntare per esempio una piccola parte del portafoglio - non più del 5-8% del totale - su quelle economie emergenti ad altissimo tasso di sviluppo (5-6% annuo o anche più) che rappresentano la vera speranza del domani.
Non più e non soltanto i tradizionali BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), ma anche mercati "esotici" che potremmo definire di seconda generazione, i cosiddetti "mercati di frontiera". Tra questi Indonesia, Messico, Turchia e Egitto. Ma anche Colombia, Bahrein, Ghana… . OF fa il punto sui rischi e sulle opportunità di un investimento che può offrire notevole soddisfazioni nel lungo termine (5-10 anni) ma che presenta un rischio e una volatilità di breve periodo molto più elevata della media.
A guardare i risultati di performance di breve e di lungo periodo dei listini azionari delle principali borse occidentali viene da piangere. Da inizio anno a oggi Piazza Affari (dopo aver segnato in marzo e aprile rialzi anche superiori al 10%) è scesa al -2,5%, perdita che si somma al -13% dello scorso anno. L'indice DJ Stoxx 600 delle grandi capitalizzazioni europee è giù del -3,5% da gennaio e l'S&P 500 di Wall Street chiude in parità.
Sull'arco dei 10 anni, dal giugno del 2001 a oggi le cose non vanno meglio, con Wall Street su di appena il 2,1% e il DJStoxx in ribasso di circa il 3%. Sono questi i numeri che raccontano il famoso "decennio perduto" delle borse.
Tuttavia, se si guarda ai mercati emergenti e ai listini di frontiera - le borse dei paesi emergenti "minori", che si sono affacciati tardivamente alla globalizzazione - il discorso cambia.
L'indice Msci Emerging Markets (che perde circa il 3% da inizio 2011) mette in realtà a segno un rialzo di oltre il 240% sull'arco del decennio. Il Msci Frontier Markets, nato nel maggio del 2002, in poco più di 9 anni segna una performance di circa il 105%.
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E' come se la famosa regola su cui si basano le decisioni strategiche di investimento, secondo la quale i mercati azionari nel lungo periodo rendono circa il 3-4% all'anno in più rispetto alle attività a rischio zero (obbligazioni pubbliche di Stati molto solidi) avesse perso la sua validità per quanto riguarda i mercati azionari dei paesi sviluppati. Ma mantenesse intatto il suo valore se applicata alle borse emergenti.
"E' probabile che nei prossimi dieci anni le performance a due cifre che abbiamo visto realizzare dai Bric verranno replicate dai nuovi paesi emergenti, i mercati di frontiera. E che i grandi di oggi, Brasile, Russia, India e Cina abbiano già dato il meglio di quanto potevano offrire", commenta Alida Carcano, partner di Valeur, una società indipendente di consulenza agli investimenti basata a Lugano.
Se si vanno a vedere i risultati a dieci e a cinque anni di alcuni di questi listini c'è di che rimanere sbigottiti. Il Messico in dieci anni ha fatto il 443% (il 91% negli ultimi 5) nonostante una perdita di circa il 10% da inizio anno ad oggi. E ancora. L'Indonesia è su dell'845% dal 2001 (+88,% dal 2006) e da gennaio guadagna circa il 2%. Stessi ordini di grandezza, con numeri che cambiano, per i listini di Corea, Turchia, Venezuela, Israele, Botswana, Ghana…
Naturalmente sarebbe sciocco pensare a una crescita senza fine. "Il rischio maggiore che presentano i listini di frontiera è dato dalla scarsa liquidità di questi mercati. Di conseguenza quando le borse mondiali scendono i listini di frontiera amplificano notevolmente le perdite e in alcuni casi diventa addirittura difficile smobilizzare l'investimento", spiega Carcano. La scarsa liquidità e il rischio politico che domina su queste borse (si veda il caso delle rivoluzioni nordafricane) può cambiare radicalmente il quadro della redditività dell'investimento nell'arco di poche settimane o di pochi mesi.
C'è poi il problema della scarsità degli strumenti con i quali raggiungere questi mercati. "Il mezzo più efficiente è sicuramente quello degli ETF, ad esempio l'ETF Turchia o Corea di Lyxor, l'ETF Messico o Indonesia di iShares, molti prodotti di Deutsche Bank e così via", spiega Carcano. Anche alcuni fondi comuni specializzati, come il JPMorgan Africa Equity o il Franklin Templeton Frontier Markets, o il Black Sea di Swiss & Global possono rappresentare valide alternative.
"Ciò che conta è mantenere su questi paesi una esposizione complessivamente limitata, che non vada oltre il 5-8% del portafoglio azionario e in un'ottica di lungo o lunghissimo periodo", aggiunge la strategist. Convinta che il modo migliore per evitare i "picchi" consista nel "mediare" gli acquisti, attraverso piccoli investimenti scaglionati nel tempo o piani di accumulo del capitale.
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