SOMMARIO
Il rendimento medio stimato della borsa italiana è stato quest’anno del 3,4-3,5%, un valore che corrisponde alla cedola netta dei Btp decennali emessi dal Tesoro. Un confronto che la dice lunga sulla convenienza attuale dell’equity in confronto al reddito fisso. Ecco i maggiori pagatori dell’anno, quelli che hanno offerto più del 5%
Meglio le azioni o le obbligazioni. Ecco tutti i numeri dei dividenti
Gli anglosassoni ne parlano come dei titoli “per le vedove e per gli orfani”, un’espressione che alle nostre latitudini spingerebbe a fare gli scongiuri e ad agitare il corno di corallo. In realtà le azioni a dividendo alto e stabile, capaci di conseguenza di garantire una rendita “sicura” agli investitori, sono sempre state molto apprezzate dal mercato.
E lo sono anche quest’anno, con la campagna dividendi virtualmente conclusa dopo la comunicazione dei risultati di Telecom Italia, che nonostante una riduzione dell’utile di circa il 27% rispetto all’anno precedente, ha confermato un dividendo invariato dell’ammontare di 5 centesimi. Un valore che rapportato al prezzo corrente dell’azione corrisponde a un rendimento per dividendi (dividend yield) di circa il 4,5%, grosso modo confrontabile con la cedola pagata dal Btp trentennale con scadenza settembre 2040.
Questo esempio ci dice esattamente in che cosa consiste il fascino degli alti dividendi. E mostra che nella gara del rendimento “cedolare” in cui si fronteggiano i titoli azionari e le obbligazioni non è affatto detto che siano queste ultime ad avere la meglio.
Vediamo i numeri in aggregato. La campagna dividendi del 2009 si conclude con un monte dividendi pagato dalle società quotate in Piazza Affari pari a circa 15 miliardi di euro, ovvero 4 miliardi in più rispetto agli 11 miliardi distribuiti nell’esercizio precedente. Il rendimento medio stimato della borsa italiana è quindi del 3,4-3,5%, un valore che corrisponde alla cedola netta dei Btp decennali emessi dal Tesoro.
Naturalmente non è corretto confrontare le cedole – sicure e garantite – di un’emissione obbligazionaria pubblica con i dividendi azionari, per loro natura incerti e fluttuanti perché soggetti sia alle variazioni dei risultati di esercizio che alla politica di distribuzione dell’utile di volta in volta decisa delle società.
Tuttavia il paragone ci dice molto sulla convenienza attuale dell’equity in confronto al reddito fisso, penalizzato da tassi di interesse che resistono sui minimi degli ultimi cinquantanni.
Tabella: Dividenti a Confronto
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Il livello dei dividendi assoluti pagati quest’anno dalle società italiane è tanto più interessante in quanto gli utili aggregati sono drasticamente diminuiti dai circa 36 miliardi di euro del 2008 ai 20,9 del 2009. Se gli utili complessivi sono diminuiti e i dividendi aumentati questo non può che significare una cosa soltanto: le società nel 2009 hanno deciso di aumentare il cosiddetto pay-out ratio, ovvero la quota dei profitti complessivi distribuita agli azionisti. Al punto che nell’esercizio appena concluso il pay-out ratio ha raggiunto il livello record del 70%, segno che le aziende reputano importante non scontentare gli azionisti dopo un difficilissimo 2008 in cui gli utili di esercizio erano stati mandati prevalentemente a riserva.
I grandi pagatori di dividendi
Anche quest’anno i maggiori pagatori di dividendi si sono confermate le società di pubblica utilità, i titoli energetici, con Eni in testa, e le telecom. Le banche, un tempo “cash cow” del listino per i loro azionisti, sono tornate a offrire un dividendo simbolico dopo l’azzeramento della distribuzione degli utili decisa l’anno precedente, una scelta in quel momento necessaria a causa della gravità della crisi finanziaria.
Fra le maggiori società che pagano un dividend yield superiore al 5% si segnalano, fra le altre, Enel (6,01%), Enia (5,85%), A2A (5,03%), Terna (5,94%), Snam Retegas (5,3%), Eni (5,65%). Generalmente i settori regolati - e le utilities sono fra questi - rappresentano la migliore opportunità per gli investitori a caccia di dividendi perché gli utili sono stabili e la politica del pay-out ratio tende a confermare le cedole pagate agli azionisti l’anno precedente.
E’ degno di nota, tuttavia, il fatto che questa stagione le due regine di dividendo (e capitalizzazione) del listino italiano- Enel e Eni - hanno deciso di ridurre la remunerazione assoluta per gli azionisti. Enel ha infatti portato il dividendo da 49 a 25 centesimi, mentre il Cane a sei zampe ha diminuito la cedola da un ammontare di 1,30 euro per azione a un euro per azione.
Anche Snam ha limato da 0,23 centesimi a 20 centesimi la remunerazione per gli investitori, mentre Terna ha optato per una politica opposta, incrementando il dividendo da 16 a 19 centesimi.
Lo stesso vale per una utility un po’ speciale come il gruppo autostradale Atlantia, dove il dividendo passa da 36 a 39 centesimi anche se il dividend yield rimane fermo a un non elevatissimo 2,3%. Torna invece a distribuire utili (22 centesimi) Luxottica, un dividend yield dell’1,8%, e soprattutto si fa avanti Fiat, 17 centesimi l’ordinaria ma 31 la “privilegio” e 32,5 la “risparmio”.
Una remunerazione che porta lo yield delle tre tipologie azioni Fiat rispettivamente all’1,6%, al 5,18% e al 5,12%. Una bella cedola, tutto sommato, dopo le vacche magrissime del 2008 in cui non era stato distribuito neppure un centesimo.
Il caso forse più interessante, ma anche più problematico, di ritorno al dividendo è quello dei titoli bancari. Spinte in parte dalle pressioni delle fondazioni che le controllano le due primarie istituzioni bancarie italiane, Intesa SanPaolo e Unicredit, hanno deciso di pagare un dividendo di 8 centesimi e di 3 centesimi per azione rispettivamente. Un pallido riflesso di quelli che erano i grassi dividendi bancari degli anni precedenti la crisi ma che rappresenta comunque un importante segnale di ritorno verso la normalità.
Quanto conta il dividendo
Ma perché dare tanta importanza al dividendo? Su questo tema gli specialisti si dividono tra fautori dell’alta cedola e investitori che ritengono più rilevanti, ai fini della selezione dei titoli azionari su cui investire, parametri come la crescita degli utili, del fatturato, o delle quote di mercato. In generale le società ad alta crescita sono particolarmente apprezzate oggi, in un mondo in cui, almeno nei paesi occidentali, l’aumento del Pil si è ridotto drasticamente e di conseguenza la crescita è diventata un fattore scarso.
I fautori di questo approccio, che nei fondi di investimento seguono le strategie “growth”, sottolineano il rischio della cosiddetta “trappola del valore”. Una società può essere sana e pagare anche dividendi stabili ed elevati, ma può rimanere al palo nelle quotazioni e realizzare un capital gain nullo oppure molto modesto. E chi investe in azioni punta soprattutto sull’incremento del valore di borsa piuttosto che al flusso cedolare.
A smentire questa impostazione e a rilanciare l’attenzione sull’importanza dei dividendi è arrivato recentemente uno studio di Morgan Stanley. Secondo la ricerca, condotta su un paniere di 200 blue chip europee dal 1926 ad oggi, la performance media annua reale (al netto dell’inflazione) è stata dell’1,3% se si considerano soltanto i guadagni in conto capitale. Calcolando invece il contributo portato dai dividendi e considerando il reinvestimento dei dividendi nello stesso paniere di titoli considerati il guadagno medio annuo complessivo sale addirittura al 5,6% (sempre al netto dell’inflazione). Una dimostrazione che i titoli ad alto dividendo, se scelti con cura, possono davvero portare grandi benefici agli “orfani e alle vedove”. E non solo a loro.
Tabella: Dividenti a Confronto
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