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SOMMARIO

Sono i punti di forza della nuova economia mondiale, con fatturati stellari e valutazioni di mercato da miliardi di dollari. Sono le nuove startup tecnologiche, nate negli anni della crisi, e già di diritto entrate nel firmamento delle più grosse società del mondo. In America le ultime novità più note, da Airbnb a Whatsapp. Ma anche l’Italia si è ritagliata la sua fetta di mercato. Ma come trasformare un’idea brillante in un business di successo? Ecco le storie di chi ce l’ha fatta. E come

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Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk nel 2007 erano studenti, condividevano un loft a San Francisco e facevano fatica ad arrivare alla fine del mese. Oggi, insieme, fatturano oltre 850 milioni di dollari all’anno, hanno una società che ha una valutazione sul mercato di 24 miliardi di euro, e sono miliardari. Tutto questo a meno di 35 anni. La storia dei tre fondatori di Airbnb, il portale-community che mette in contatto proprietari e viaggiatori e permette di trovare a qualsiasi prezzo camere, appartamenti, stanze private ma anche super-ville e castelli, è recentissima e per certi versi anche sorprendente.

Tutto iniziò nel 2007 quando i ragazzi, non riuscendo più a pagare l’affitto, decisero di sub-affittare parte del loro loft ai viaggiatori presenti in città per partecipare all’annuale conferenza della Industrial Design Society of America. L’esperimento valse loro un ricavo totale di 1.000 dollari in un solo mese, ma soprattutto rappresentò la molla che li portò a creare il progetto. La società fu fondata ufficialmente nel 2008 e nel 2009 fu avviata grazie all'incubatore Y Combinator. Il numero di notti prenotate crebbe a ritmi vertiginosi. E il contagio fu rapidissimo: portando il servizio a varcare ben presto i confini nazionali. Ci fu un primo investimento di 7,2 milioni di dollari da parte di Greylock Partners e Sequoia Capital. Poi anche l'attore hollywoodiano Ashton Kutcher, già partner della A-Grade Investments, decise di metterci oltre alla faccia (come testimonial) anche un congruo gruzzolo di soldi. Il resto è storia recente. Oggi il giro d’affari del portale conta 34.000 città sparse in 190 paesi del mondo. Per un totale di annunci che supera abbondantemente la soglia record di 1.500.000 e un numero di ospiti che si aggira intorno ai 40 milioni.

Airbnb è forse una delle startup più note sulla scena internazionale al momento. Dopo le celebri Google e facebook, ormai sulla scena da anni. Ma la lista di nomi noti, dai fatturati importanti e le origini recenti, può essere molto più lunga. Basti pensare a Whatsapp, l’app di messaggistica istantanea fondata nel 2009 da due ex dipendenti di Yahoo! (Jan Koum e Brian Acton) e acquistata da facebook un anno e mezzo fa per la cifra (che buona parte degli addetti ai lavori definì scioccante) di 19 miliardi di dollari.
O, ancora a Xiaomi, inserita dal Wall Street Journal al vertice di quello che è stato definito The Billion Dollar Startup Club con una valutazione di mercato che a fine 2014 sfiorava la cifra record di 46 miliardi di dollari. Fondata nel 2010 e con sede a Pechino è diventata il più grande vendor di smartphone a basso costo in oriente e non solo.

---- È un fenomeno che sta diventando inarrestabile e che coinvolge tutto il mondo, smuovendo capitali importanti con cifre che superano spesso i 6 o i 7 zeri. Le startup, cioè le imprese di ultima generazione, nate pochi anni fa (anche nel bel mezzo della crisi) e che spesso fondano la loro fortuna su servizi per lo più intangibili, digitali, veicolati tramite internet o il cellulare, sono diventate in brevissimo tempo i cardini dell’economia mondiale. Con fatturati stellari e quotazioni di borsa che spesso fanno impallidire i nomi noti di chi sul mercato c’è già da parecchio tempo. Ma quello che stupisce di più non è la portata del fenomeno o la velocità esponenziale con cui questi servizi sono proliferati ritagliandosi importanti quote di mercato nel giro di pochi anni. Ma è il loro valore economico. Tanto più sorprendente se si pensa che spesso società formate da 40, 50 persone (a volte anche molto meno) vengono acquistate per miliardi di dollari.

Arrivando ad attirare l’attenzione di Università, incubatori che funzionano da talent scout e si propongono l’obiettivo di ricercarle, formarle e lanciarle sul mercato, ma anche di governi. Barack Obama, per esempio, un anno fa ha fatto visita all'incubatore statunitense 1776. Il Presidente della Repubblica Francese François Hollande ha avviato misure per le startup d'oltralpe. Mentre anche il Primo Ministro del Regno Unito, David Cameron, ha stanziato un prestito di 82 milioni di sterline in tre anni proprio per i giovani imprenditori.

La situazione in Italia
Non è solo la Silicon Valley, già patria di alcune delle più grosse aziende del mondo in termini di fatturato, a puntare sullo sviluppo delle startup innovative e tecnologiche. Anche l’Italia ha la sua fetta di mercato e i dati ufficiali, diffusi da InfoCamere, fotografano una situazione di costante crescita, almeno nel numero di chi ci prova. A fine 2014 le nuove aziende che si sono iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese erano in totale 3.179: il 20% in più rispetto ai tre mesi precedenti. Con un capitale medio che, nel complesso, si aggira intorno ai 153 milioni di euro: vale a dire 48.000 euro circa a società. Ma non tutti quelli che ci provano ci riescono: delle 3.179 imprese iscritte, infatti, solo il 42,56% è in utile. Mentre il valore della produzione media, alla fine dell’anno scorso, calcolato su un totale di 1.700 società, ha fatto registrare un indotto di circa 128.000 euro.

Anche l’interesse da parte di chi nelle startup ci crede, e ci investe soldi, sembra mantenersi più o meno costante. Italia Startup e gli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, a marzo di quest’anno hanno presentato i dati aggiornati di "The Italian Startup Ecosystem: Who's Who" che parlano di un totale di investimenti nel settore delle startup hi-tech (considerando tutto l’aggregato di investitori istituzionali e venture incubator) di 118 milioni di euro, in crescita del 5% sul 2012, ma in flessione del 9% rispetto ai 129 milioni di euro raccolti nel 2013.

---- Il fatto è che, si legge ancora nel report redatto insieme al Ministero dello Sviluppo Economico, in Italia il comparto, sebbene sia in crescita, è ancora marginale rispetto ad altri paesi del mondo. Catturando circa un ottavo degli investimenti che invece vengono fatti in Francia e in Germania, e rappresentando un quinto di quelli che si registrano nel Regno Unito.

Come si avvia una startup?
I player del settore sono tanti e tutti condividono lo stesso obiettivo: riuscire a far emergere (e soprattutto, fatturare) startup innovative lanciandole sul mercato, fornendo loro le conoscenze e gli skills del fare impresa, e presentando loro la gente giusta. Cioè imprenditori che funzionino da consiglieri e consulenti, o investitori che ci mettano capitali e aiutino a trasformare l’idea in un business vero. Ma non tutti lo fanno per le stesse motivazioni. C’è chi ricerca innovazione da applicare in prima persona o da vendere ai propri clienti, e chi invece persegue il puro profitto.

Nella prima definizione ci si possono far rientrare le Università e gli incubatori, che formano aziende nuove per rispondere anche ai bisogni di chi sul mercato c’è già ma ha bisogno di idee e servizi nuovi per andare avanti, evolversi e conquistare ulteriori quote di mercato. Nella seconda, invece, rientrano i venture capital. Cioè i fondi di investimento che sulle startup fanno profitto investendo magari in quelle più promettenti con l’obiettivo di condividerne gli utili. Il rischio è alto, perché il futuro delle società finanziate è ancora incerto. Ma le promesse per futuri guadagni sono ingenti.

Uno dei venture capital più conosciuti è SBT Venture Capital, gestito da Mircea Mihaescu e da Matteo Rizzi, e con un portafoglio da 100 milioni di dollari. L’obiettivo è quello dichiarato di investire esclusivamente sulle tecnologie dedicate ai servizi finanziari e bancari. Scegliendo di includere solo realtà che generano reddito ma che hanno anche bisogno di capitali aggiuntivi e dell'accesso alla rete giusta per crescere più rapidamente.

Ma non si tratta solo istituzioni, venture capital e società create ad hoc. L’innovazione tecnologica è spesso sospinta anche da banche e compagnie assicurative, alla ricerca di nuovi sbocchi sul mercato e di servizi extra da offrire ai propri clienti in futuro. Così, per esempio c’è chi come UniCredit ha avviato un progetto di accelerazione, UniCredit StartLab, con l’obiettivo di fornire servizi aggiuntivi ai clienti corporate o di inglobarli all’interno della sua stessa rete distributiva. Banca Sella, a Biella, è da alcuni anni che prosegue con il suo progetto SellaLab che organizza corsi e offre spazi di co-working ai “talenti” selezionati. Intesa Sanpaolo ha ideato Tech-Marketplace, una piattaforma digitale per far incontrare le startup innovative con i potenziali investitori.
E poi c’è chi come il Gruppo assicurativo AXA ha avviato un proprio venture capital che investe nelle società innovative ad alto potenziale con il duplice obiettivo di fare profitto e di ricercare soluzioni da proporre poi in futuro alla clientela.

Ma come si avvia una startup? Come si può trasformare un’idea brillante in un business di successo? E quali caratteristiche deve avere lo startupper per riuscire a emergere dalla folla? Of-Osservatorio finanziario lo ha chiesto a chi si occupa di questo in Italia, scegliendo di intervistare da un lato un venture capital e dall’altro un incubatore di impresa. Ecco cosa hanno risposto Gianluca Zanini, Head of Partnership and Innovation leader di AXA Italia e General Manager Quadra (leggi qui l’intervista) e Paola Garibotti, Head of Country Development Plans for UniCredit (leggi qui l’intervista).

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