logo-mini
OF News - OF Osservatorio Finanziario

SOMMARIO

Vivono in un clima di sfiducia, che si ripercuote su tutti gli aspetti della loro vita, anche sulla società. Vedono il mondo del lavoro lontano, il futuro precario e difficile da progettare e costruire. Faticano a realizzare se stessi e ad affermarsi. E, rispetto al passato, hanno un rapporto più distaccato con il denaro, visto, ora, solo come uno strumento per soddisfare i bisogni primari. Come mai? Of-Osservatorio finanziario lo ha chiesto a Nando Pagnoncelli, CEO di Ipsos. Che ha spiegato quali sono le conseguenze di questa situazione e cosa bisogna aspettarsi dal futuro

Leggi Anche:

Giovani/6 Pagnoncelli (IPSOS): “Vi spiego il disagio dei giovani di oggi”

Leggi anche:
Giovani/1 Ritorna il mutuo per gli atipici. Ma quanto costa?
Giovani/2 Il conto under 35
Giovani/3 Gli studi, il master, lo stage all’estero si pagano a rate
Giovani/4 All’Università con la prepagata in tasca
Giovani/5 Siracusano (Intesa Sanpaolo): “Addio alla filiale di mamma e papà”

Alcuni li chiamano “millennials”, perché sono nati negli anni a cavallo tra i due millenni. Altri, i più lungimiranti, li definiscono “nativi digitali”, nati cioè con e dentro le nuove tecnologie, e li considerano patrimonio indispensabile per lo sviluppo futuro della società e del mondo del lavoro. Poi ci sono quelli che li considerano semplicemente dei “bamboccioni”, ancorati a casa a spese di mamma e papà.
Stando all’iconografia odierna, i giovani di oggi avrebbero un’età inferiore ai 35 anni, un lavoro precario, a progetto o a tempo determinato, quando sono fortunati, e un conto in banca a volte talmente esiguo da costringere la famiglia di origine a intervenire. Mentre mutui e prestiti personali non verrebbero concessi neanche a piangere, a meno che non intervengano i genitori a firmare a garanzia del finanziamento. E sarebbero anche una delle classi sociali più duramente colpite dalla crisi.
Ma la situazione è davvero così drammatica? Chi sono i ragazzi di oggi? Quanto guadagnano? Dove vivono? Of-Osservatorio finanziario lo ha chiesto a Nando Pagnoncelli, CEO di Ipsos, che ha riportato i dati di una ricerca svolta da Ipsos per Intesa Sanpaolo, relativa proprio agli under 35. E ha spiegato anche quali sono le conseguenze di questo disagio giovanile, il loro rapporto con se stessi, con la società e con il denaro.

Of: Domanda secca: chi sono i giovani?
Pagnoncelli: Hanno tra i 18 e i 35 anni e in Italia sono 13 milioni di persone, cioè poco più del 20% della popolazione totale. Con una percentuale di presenza maggiore al Sud rispetto che al Nord.

Of: E stanno subendo duramente gli effetti della crisi finanziaria.
Pagnoncelli: Certo. Innanzitutto per via della caduta dell’occupazione. Il tasso di disoccupazione giovanile, infatti, è aumentato di quasi 10 punti percentuali negli ultimi tre anni. Era il 21,3% nel primo trimestre 2008 ed è arrivato quasi al 30% (29,6%) nel primo trimestre 2011. Mentre il 53% del campione ha un lavoro, e il 19% risulta studente. Ma questo 30% è solo una sottostima del fenomeno.

Of: Cioè i disoccupati sono di più del 30%?
Pagnoncelli: Proprio così. Il fatto è che la nostra ricerca non tiene conto di quella fascia di giovani che possono essere definiti NEET, Not in Employment, Education or Training. Quelli cioè che non hanno lavoro e non lo cercano, non studiano e non seguono nemmeno corsi di formazione professionale. Sono ragazzi al di fuori del circuito, e di conseguenza sfuggono alle statistiche.

Of: E quanti sono più o meno i NEET?
Pagnoncelli: Oltre 2 milioni, nel 2010, circa il 22% dei giovani italiani di età compresa tra 15 e 29 anni. Purtroppo è un fenomeno in crescita: nel 2009 erano 126mila in più del 2008 e nel 2010 erano 134mila in più del 2009.

Of: Che profilo hanno, chi sono?
Pagnoncelli: Diciamo che sono maggiormente presenti nelle regioni meridionali e tra i ceti più popolari anche se toccano anche quelli medi o benestanti (laureati che hanno perso la speranza di trovare un lavoro e preferiscono evitare lavori poco qualificati). Un terzo dei NEET è disoccupato, un terzo è non disponibile a lavorare e un terzo fa parte della “zona grigia”: quindi, la maggioranza di questi giovani è comunque interessato alla partecipazione al mercato del lavoro (disoccupati e inattivi disponibili a lavorare). È bene sottolineare che rispetto agli altri paesi europei, l’Italia ha un numero di NEET nettamente superiore.

---- Of: 18-35 anni. È un range molto vasto. È più probabile che i diciottenni siano ancora studenti e che i trentacinquenni abbiano già un lavoro fisso...
Pagnoncelli: Certo, infatti il tasso di occupazione cresce con l’età. Scomponendo il campione risulta che solo il 10% dei ragazzi tra i 18 e i 21 anni ha un lavoro. Mentre la percentuale cresce al 70% nei giovani tra i 34 e i 35 anni.

Of: Ma allora perché metterli insieme?
Pagnoncelli: Perché le caratteristiche sono quasi le stesse. Per prima cosa il tasso di occupazione fa registrare una battuta d’arresto nella fascia di età compresa tra i 31 e i 33 anni, maggiormente colpita al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Inoltre, scomponendo il 53% totale dei ragazzi che dichiarano di avere un lavoro, risulta che il 16% è precario, mentre solo il 33% ha un’occupazione stabile o di libero professionista con reddito lordo annuo superiore ai 15.000 euro.

Of: Però scomponendo il dato, considerando per esempio solo la fascia 25-30 anni, la situazione risulta meno drammatica...
Pagnoncelli: Considerando solo la fascia di età tra i 25 e i 30 anni e confrontandola con il campione totale, notiamo che diminuisce in modo consistente la percentuale di studenti (11%), aumenta il numero degli occupati (59%), ma anche, e aggiungerei purtroppo, il numero degli inoccupati arrivando al 30%. Inoltre, tra i 25-30enni occupati, il 34% si può definire stabile mentre ben il 21% è precario. Non credo si possa affermare che i dati di questo segmento siano davvero meno drammatici.

Of: Quindi solo 1 giovane su 3 è autonomo finanziariamente...
Pagnoncelli: E invece no! Il fatto che metà campione analizzato sia impiegato non significa purtroppo che sia allo stesso tempo in grado di provvedere a se stesso.

Of: E tradotto in numeri significa...
Pagnoncelli:...Che solo il 18% dei ragazzi è completamente autonomo. Mentre il 54% del campione vive ancora in famiglia con i genitori o con altri parenti.

Of: Il 18% di 13 milioni vuol dire che solo 2 milioni e 300.000 persone circa sono indipendenti...
Pagnoncelli: Esatto. La famiglia funge da ammortizzatore sociale. Ma questa condizione di non autonomia genera un diffuso senso di disagio.

Of: Da un punto di vista psicologico?
Pagnoncelli: Proprio così. I giovani di oggi vivono in un clima generale di sfiducia, che si ripercuote inevitabilmente su tutti gli aspetti della loro vita, in quanto singoli individui ma anche in quanto individui sociali.

Of: Cosa significa?
Pagnoncelli: Il fatto che i ragazzi vedano il mondo del lavoro distante da loro contribuisce a creare una visione pessimistica di tutta la società e del loro futuro che appare difficile da progettare e costruire. E di conseguenza l’esistenza stessa viene vista come precaria, essendo il lavoro una fonte importante di auto-affermazione. Ma il problema di disagio psicologico non è l’unica conseguenza.

---- Of: E qual è l’altra?
Pagnoncelli: È una conseguenza demografica. Più tardi si esce da casa, e più tardi si fanno figli. E il tasso di natalità ne risente. Dalla ricerca, infatti, emerge che la natalità in Italia è molto basso e l’età media dei genitori al primo figlio si alza considerevolmente. E di conseguenza si riduce anche l’arco temporale utile per avere figli, e si riduce quindi anche il numero di bambini per nucleo famigliare. Il problema del calo demografico non è da sottovalutare. Soprattutto perché ha 3 conseguenze molto rilevanti.

Of: Partiamo dalla prima..
Pagnoncelli: Con la diminuzione delle nascite, aumenta l’invecchiamento della popolazione. E questo produce anche un impoverimento del Paese e una tenuta economica più precaria. Visto che meno giovani stanno ad indicare anche meno consumi.

Of: Poi?
Pagnoncelli: Il secondo problema riguarda la tenuta previdenziale. Si sa che le pensioni vengono irrorate dai contributi versati durante l’attività lavorativa. Ma più anziani vogliono dire più pensioni da dover riconoscere. Mentre il calo significativo dei giovani comporterà un introito di contributi molto inferiore. Questo significa che si ridurranno anche le somme disponibili per i pensionati di domani.

Of: Il terzo rischio?
Pagnoncelli: Riguarda la politica. Anzi la democrazia. Il fatto è che la classe politica tende a orientare la sua attività verso le classi sociali più numerose. Ma essendo più numerosi gli anziani, i giovani si troveranno ad essere non tutelati dalle decisioni politiche. In pratica come scriveva il prof. Gian Carlo Blangiardo (ordinario di Demografia all’Università di Milano-Bicocca, ndr.) in un suo articolo, si arriverà ad una situazione in cui inverno demografico significa inverno democratico.

Of: Cambiamo argomento. Che rapporto hanno i giovani di oggi con gli strumenti finanziari?
Pagnoncelli: Dalla ricerca emerge che hanno un buon livello di conoscenza e consapevolezza. Il 95% del campione, infatti, possiede almeno uno strumento di gestione del denaro.

Of: Cioè un conto corrente?
Pagnoncelli: Non necessariamente, anche carte prepagate. In realtà solo il 60% del campione è correntista e possiede una carta bancomat. Inoltre i ragazzi dimostrano di privilegiare l’utilizzo dei canali innovativi.

Of: Quindi l’home banking...
Pagnoncelli: Esatto, ma non solo. La maggioranza assoluta di coloro che hanno un conto corrente classico usa, magari saltuariamente, internet per gestire l’operatività bancaria. Ed è molto forte anche la propensione per il mobile banking. Il 98% del campione, infatti, possiede un telefono cellulare e il 39% ha uno smartphone di ultima generazione sempre connesso a internet. Ma i giovani non sono interessati solo agli strumenti finanziari di base.

Of: Si spieghi meglio...
Pagnoncelli: Il 90% di loro è anche interessato anche al risparmio. E nel 21% dei casi si tratta di un risparmio finalizzato all’investimento. Nonostante la precaria situazione finanziaria.

Of: In questa situazione, è cambiato qualcosa nel rapporto che i giovani hanno con il denaro?
Pagnoncelli: Credo che i giovani di oggi abbiano – probabilmente loro malgrado – un rapporto più distaccato con il denaro: più che simbolo del proprio status lo considerano un mezzo per soddisfare i propri bisogni e realizzarsi come essere umani. Il problema cruciale, infatti, è che spesso hanno difficoltà a soddisfare bisogni “primari” e raggiungere obiettivi che solo la generazione precedente otteneva con minori sforzi. Bisogni secondari quali l’affermazione o l’ascesa sociale, in situazioni così difficili, perdono d’importanza. Nel contempo, rispetto al denaro e alle molteplici forme di investimento, dimostrano di non avere paura né diffidenza.

© Of-Osservatorio finanziario – Riproduzione riservata

Torna alla home page dello speciale


Il nostro network

Contatti

Of Osservatorio finanziario

OfNews è una realizzazione di Of Osservatorio finanziario. Vai al sito

Visita il sito