Giovani/6 Pagnoncelli (IPSOS): “Vi spiego il disagio dei giovani di oggi”
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Alcuni li chiamano “millennials”, perché sono nati negli anni a cavallo tra i due millenni. Altri, i più lungimiranti, li definiscono “nativi digitali”, nati cioè con e dentro le nuove tecnologie, e li considerano patrimonio indispensabile per lo sviluppo futuro della società e del mondo del lavoro. Poi ci sono quelli che li considerano semplicemente dei “bamboccioni”, ancorati a casa a spese di mamma e papà.
Stando all’iconografia odierna, i giovani di oggi avrebbero un’età inferiore ai 35 anni, un lavoro precario, a progetto o a tempo determinato, quando sono fortunati, e un conto in banca a volte talmente esiguo da costringere la famiglia di origine a intervenire. Mentre mutui e prestiti personali non verrebbero concessi neanche a piangere, a meno che non intervengano i genitori a firmare a garanzia del finanziamento. E sarebbero anche una delle classi sociali più duramente colpite dalla crisi.
Ma la situazione è davvero così drammatica? Chi sono i ragazzi di oggi? Quanto guadagnano? Dove vivono? Of-Osservatorio finanziario lo ha chiesto a Nando Pagnoncelli, CEO di Ipsos, che ha riportato i dati di una ricerca svolta da Ipsos per Intesa Sanpaolo, relativa proprio agli under 35. E ha spiegato anche quali sono le conseguenze di questo disagio giovanile, il loro rapporto con se stessi, con la società e con il denaro.
Of: Domanda secca: chi sono i giovani?
Pagnoncelli: Hanno tra i 18 e i 35 anni e in Italia sono 13 milioni di persone, cioè poco più del 20% della popolazione totale. Con una percentuale di presenza maggiore al Sud rispetto che al Nord.
Of: E stanno subendo duramente gli effetti della crisi finanziaria.
Pagnoncelli: Certo. Innanzitutto per via della caduta dell’occupazione. Il tasso di disoccupazione giovanile, infatti, è aumentato di quasi 10 punti percentuali negli ultimi tre anni. Era il 21,3% nel primo trimestre 2008 ed è arrivato quasi al 30% (29,6%) nel primo trimestre 2011. Mentre il 53% del campione ha un lavoro, e il 19% risulta studente. Ma questo 30% è solo una sottostima del fenomeno.
Of: Cioè i disoccupati sono di più del 30%?
Pagnoncelli: Proprio così. Il fatto è che la nostra ricerca non tiene conto di quella fascia di giovani che possono essere definiti NEET, Not in Employment, Education or Training. Quelli cioè che non hanno lavoro e non lo cercano, non studiano e non seguono nemmeno corsi di formazione professionale. Sono ragazzi al di fuori del circuito, e di conseguenza sfuggono alle statistiche.
Of: E quanti sono più o meno i NEET?
Pagnoncelli: Oltre 2 milioni, nel 2010, circa il 22% dei giovani italiani di età compresa tra 15 e 29 anni. Purtroppo è un fenomeno in crescita: nel 2009 erano 126mila in più del 2008 e nel 2010 erano 134mila in più del 2009.
Of: Che profilo hanno, chi sono?
Pagnoncelli: Diciamo che sono maggiormente presenti nelle regioni meridionali e tra i ceti più popolari anche se toccano anche quelli medi o benestanti (laureati che hanno perso la speranza di trovare un lavoro e preferiscono evitare lavori poco qualificati). Un terzo dei NEET è disoccupato, un terzo è non disponibile a lavorare e un terzo fa parte della “zona grigia”: quindi, la maggioranza di questi giovani è comunque interessato alla partecipazione al mercato del lavoro (disoccupati e inattivi disponibili a lavorare). È bene sottolineare che rispetto agli altri paesi europei, l’Italia ha un numero di NEET nettamente superiore.
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