Fuga dall’Italia. I giovani/Fotografia di una generazione in esodo

L’Italia non è più un paese per giovani. Si scappa dall’assenza di un futuro stabile e sicuro. E d’altronde i dati parlano da soli: secondo il Censis oltre la metà degli espatriati ha meno di 35 anni, mentre l’Istat avverte che in un solo anno si sono persi 9.000 laureati. OfNews indaga su quali siano le opzioni che si aprono di fronte ai giovani intenzionati a lasciare (anche temporaneamente) l’Italia. A partire dai banchi di scuola fino all’agognato posto di lavoro
di: Noemi Pizzola
23 Settembre 2014
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Nel 2012 l’Italia ha perso 9.000 laureati.
I più si sono diretti in Germania, Regno Unito, Svizzera e Francia, mentre oltreoceano, le mete principali sono state Brasile e Stati Uniti, dove è in possesso di laurea un emigrato italiano su tre.
I dati sono quelli pubblicati dall’Istat lo scorso gennaio e contenuti nel “Rapporto migrazioni internazionali e interne al paese”. A cui fa eco il Censis: nell’ultimo decennio, dal 2002 al 2012, il numero di cittadini italiani trasferiti all’estero è più che raddoppiato e nel corso dell’ultimo anno, a partire, nel 54,1% di casi, sono stati i giovani sotto i 35 anni.
Una generazione in fuga. In fuga dalla mancanza di lavoro, di opportunità e di meritocrazia.

Partono verso maggiori opportunità di carriera (nel 67,9% dei casi), rassicurati da quel 7,9% che, per chi non lo sapesse, è il tasso di disoccupazione giovanile in Germania. Una differenza abissale se rapportato allo spaventoso 42,9% italiano (ultima rilevazione Istat a luglio 2014) e all’ancor più preoccupante dato spagnolo, stabile al 53,8%.
E così, in appena 10 anni, dal 2002 al 2011, i dottori che hanno abbandonato il paesi sono passati dall’11,9% al 27,6%. Una perdita in termini di lavoro, manodopera ma anche di cultura, gravissima. Come ha spiegato l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: allo Stato italiano sostenere le spese scolastiche per portare un giovane a ottenere un diploma e successivamente la laurea, costa in media 124.000 euro. Soldi investiti nella formazione dei giovani (il futuro di un paese) che invece che essere “restituiti” in Italia in termini di lavoro, imprese, ricerca, idee, cultura, si disperdono all’estero.

Quasi banale, poi, elencare le altre motivazioni che portano a compiere questo tipo di scelta, snocciolate dalla ricerca del Censis, inerente al 47° Rapporto sulla situazione sociale del Paese (2013): mancanza di meritocrazia, clientelismo, scarsa qualità delle classi dirigenti, spreco del denaro pubblico e, non meno importante, ridotta attenzione per i giovani. Aspetti che hanno reso intollerabile a molti il rimanere nel proprio paese di origine.

E a livello internazionale l’Italia non regge il confronto. I rapporti, entrambi del 2013, stilati dal Commonwealth e dalla HSBC (tra i più grandi istituti bancari al mondo), parlano da soli. Il primo riferisce dello sviluppo giovani e alla situazione lavorativa nel mondo: una classifica basata su 15 indicatori e 170 nazioni che vede l’Italia posizionarsi cinquantunesima, incredibilmente dietro a paesi come Costa Rica, Romania, Ucraina, Filippine e Mongolia.
Il secondo stila la graduatoria dei migliori paesi dove emigrare, secondo il parere di chi è già partito, classificati in base a opportunità economiche, esperienza di vita e politiche favorevoli alla famiglia. Ventitreesima l’Italia nella classifica generale, ma 37° sul piano economico e 34° sulle politiche messe in atto a favore della famiglia.
I vincitori? Australia, Canada e Corea del Sud secondo il Rapporto Commonwealth; Cina, Germania e Singapore secondo HSBC.

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